Anno: XXVIII - Numero 119    
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Il fallimento di una legislatura

A forza di rimanere a metà del guado tra l'Europa e Trump, Meloni ha incassato la freddezza dell'una e la cafoneria dell'altro, ritrovandosi sola dopo quattro anni di governo a metà dell'Atlantico.

Il fallimento di una legislatura

Quando la masnada Maga assaltò il Campidoglio e il cuore della democrazia americana sobillata da Donald Trump perfino Matteo Salvini espresse parole di biasimo nei confronti dell’allora presidente uscente, ma non Giorgia Meloni, combattiva leader di un piccolo partito di opposizione di destra. La stessa leader che l’anno dopo planò al Cpac, la convention annuale dei conservatori americani diventata da tempo una sfilata di cortigiani di The Donald e un incubatore della sua visione del mondo, pronunciando parole incendiarie.

Passa un altro anno, e quel piccolo partito di opposizione diventa il primo partito di governo. L’Europa trema, i fascisti sono entrati nella stanza dei bottoni, dicono, ora Bruxelles è in pericolo. Meloni dà prova di pragmatismo. Si siede al tavolo dei leader senza sbattere i pugni o farsi anticipare da dichiarazioni incendiarie, instaura rapporti e interlocuzioni proficue con i partner. C’è qualche asprezza di troppo con Emmanuel Macron, certo, ma è il minimo sindacale con un presidente francese che da più di un lustro fa dell’argine al populismo uno dei pilastri della sua linea politica.

Non solo. Meloni si scosta dalle destre e dalle estreme destre europee che chiedono lo stop alle sanzioni contro la Russia, un riavvicinamento a Mosca nel nome dell’amicizia e dei valori della tradizione di cui l’amico Vladimir Putin è campione mondiale, imponendoli a suon di censura, di omicidi e di galera. Destre che ha anche in casa, il vicepremier Matteo Salvini è di quella parrocchia lì, della serie pace e basta armi, salvo poi non essere minimamente calcolato e doversi piegare alla linea della presidente del Consiglio.

Non solo. Meloni stringe uno straordinario – e per molti versi inaspettato – rapporto con Joe Biden, l’anziano presidente che molti dei suoi colleghi considerano un vecchio rimbambito, se va bene, un cavallo di troia dell’ideologia woke&gender da imporre al mondo, se va male.

Poi succede che Trump rivince le elezioni, le destre di tutto il mondo ringalluzziscono, la globalizzazione del populismo con Donald alla Casa Bianca può ricominciare a carburare. Si ringalluzzisce anche Meloni, che ha contribuito a farne un riferimento culturale anche per la destra italiana. Trump detesta i parrucconi del Vecchio continente, Meloni si è ritagliata l’eccezionale ruolo di pontiera tra due mondi che non comunicano, è l’unica che può vantare un amico a Washington.

L’inizio è travolgente. Il viaggio a sorpresa a Mar-a-Lago, il colloquio privato che porta in un battibaleno alla liberazione della giornalista Cecilia Sala, prigioniera in Iran per rappresaglia ad un iraniano fermato in Italia per ordine della Cia, che rapporto, che successo!

Da quel momento Meloni ha scelto di sganciarsi sempre più dalla linea di Bruxelles e degli alleati europei per spostarsi su colui che considerava il principale riferimento della sua area politica. Nessuna critica alla mano tesa a Putin, alla larga dai cosiddetti volenterosi quando hanno iniziato a parlare di un coinvolgimento più stringente in Ucraina e i boots on the ground, giubilo e festa quando il presidente Usa ha creato un comitato d’affari per lucrare sulla ricostruzione di Gaza chiamandolo Board of Peace, con conseguente partecipazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani con cappellino Maga mentre i grandi paesi europei si sfilavano tra lo sconcerto e lo sdegno. E nemmeno nessuna vibrata protesta quando Trump ha deciso senza avvertire nessuno di attaccare l’Iran scatenando una delle più pericolose crisi a livello globale.

Solo le intemerate contro il Papa hanno portato Meloni a prendere le distanze dal suo punto di riferimento, ma comunque va tutto bene, sono solo incomprensioni estemporanee, assicuravano.

Insomma, dopo una prima parte di legislatura passata a diluire le aspettative incendiarie scegliendo di collaborare con il mainstream europeo ed europeista, la premier ha provato a salire sul carro che pensava suo, ricevendo in cambio indifferenza, se non malmostosità.

Se dopo il Papa-gate ha pensato di poter ricucire con quattro chiacchiere a margine del G7, diffondendo veline sulla concordia ritrovata dopo il gelo, beh ecco, affidarsi di fatto a un cialtron-in-chief di tale portata è stata una stupidata galattica da una politica che avrà pur tanti difetti ma che stupida non è.

Trump ha reagito nell’unico modo in cui sa reagire, da bullo sesquipedale che non saprebbe rispettare un interlocutore al bancone del bar, figuriamoci da inquilino alla Casa Bianca, vomitando sgarbi e cafonerie a chiunque osi non gratificare l’ego di colui che si reputa il più grande leader della storia dell’umanità.

Resta il fatto che nel suo tentativo di stare un po’ di qua e un po’ di là oggi Meloni è considerata un paria da Washington e nello stesso tempo è tagliata fuori dalle iniziative dei principali paesi dell’Unione, che si preoccupano assai di sentire il parere di Londra nelle decisioni strategiche e assai poco di che cosa ne pensi Roma.

A forza di rimanere a metà del guado, Meloni si è impantanata. Oggi l’Italia è mal tollerata dai principali alleati a Bruxelles e ancora peggio va con lo Studio Ovale, e dopo quasi una legislatura se non è questo un completo fallimento della politica estera di un governo dite voi cosa lo sia.

di  Pietro Salvatori su Huffpost

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