Ridotta sovranista. La paura del partito del Nord: Salvini vuol spaccare la Lega
Il leader cerca di guadagnare tempo ed esclude l'idea di fare un passo di lato, giammai uno indietro.
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Ridotta sovranista. La paura del partito del Nord: Salvini vuol spaccare la Lega
Il leader cerca di guadagnare tempo ed esclude l’idea di fare un passo di lato, giammai uno indietro. L’ala nordista del partito rifiuta la proposta della cabina di regia: “Un bluff”. Al ritiro di inizio luglio si tireranno le fila, ma intanto lo stallo logora la Lega insieme al suo segretario
“Come va a finire? Come col Bossi, male”. Nella Lega l’aria è questa: lo scontro è rinviato, ma la convivenza è ormai “impraticabile”. Governatori e nordisti da una parte, salviniani e sudisti dall’altra. Matteo Salvini fa la sua offerta: “Una cabina di regia dei territori e delle autonomie”, ma Luca Zaia e Massimiliano Fedriga odorano il bluff. Nel partito, che il segretario controlla sempre meno, chi è vicino a Giancarlo Giorgetti, leghista della prima ora, invoca un suo statement. Il ministro dell’Economia rimane fermo, stabilizzatore naturale. Ma al Nord si delineano scenari apocalittici: “O Salvini cede al cambiamento ed esce di scena, oppure rimane con un manipolo di fondamentalisti a lui fedeli fino al 2027”. La ridotta del fu Capitano.
Il fortino mostra le crepe. Lo scambio con Matteo Piantedosi al Viminale è fantapolitica, i consigli federali slittano, il ritiro convocato da Salvini il 4 e 5 luglio a Mogliano Veneto, nel trevigiano, è l’appuntamento fatale: “Stavolta Matteo non se la cava con una cabina di regia, quando ci vediamo in Veneto deve aver risolto il problema altrimenti diventa un bagno di sangue in diretta tv”, mette a verbale (in anonimato) uno storico dirigente del Carroccio. Il rischio c’è, per questo in parecchi hanno consigliato al segretario di rinviare il conclave a quando avrà deciso. Salvini non ascolta nessuno, tira dritto: “Voglio vincere alle politiche”. Non teme mozioni di sfiducia, non previste dallo statuto: detiene il simbolo, ha il suo nome nel marchio del partito, è stato riconfermato al Congresso appena un anno fa, si tiene stretto i suoi.
Al ministero gli fanno scudo il suo vice, Edoardo Rixi, e Armando Siri, padre della Flat Tax, il gran consigliere del salvinismo che uno come Zaia chiama, ironico, il “teologo”. Gli rimane accanto Claudio Durigon, vicesegretario che ha allargato la Lega in meridione e incassa i malumori dei sudisti (“Se rifanno la Lega Nord, noi ce ne andiamo”). Ci sono gli economisti Claudio Borghi e Alberto Bagnai, orfani di Antonio Rinaldi, migrato nel lido vannacciano. Non lo mollano Andrea Crippa, Silvia Sardone, Isabella Tovaglieri. Sovranisti in purezza, irrisi dalla fronda avversa: “Giocano a fare i fondamentalisti, ma non hanno voti”. Come a dire, gli elettori chiedono altro.
Soprattutto, invocano Zaia. Il canale tra i due è ancora aperto, ma – come col lombardo Attilio Fontana e il friulano Fedriga – i rapporti con Salvini sono ormai ridotti. Da mesi, avvertono il segretario: “Bisogna cambiare”. Dal nord si muovono anche i due capogruppo, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari. Da queste parti la sensazione è che Salvini “o cede il passo e si ritira” oppure si prepara alla mossa del cavallo, sinonimo di rottura: “Si chiude a riccio con i suoi fedelissimi, rimane un anno in Parlamento col partito massimalista” e spacca tutto “come Matteo Renzi col Pd”.
Il vicepremier, per ora, compra tempo. Lo guadagna senza metter mano allo statuto, ma tirando fuori dal cilindro “una cabina di regia dei territori e delle autonomie”, che includerà “i governatori, alcuni ministri, i capigruppo, presidenti dei Consigli regionali, presidenti di provincia, sindaci e amministratori”. Una quindicina di persone, spiega Salvini al Corriere, che però non convince i pesi massimi. Dal fronte opposto parlano di “soluzione debole”, che o finisce per commissariare il segretario oppure finirà in cantina a stretto giro.
Non c’è più spazio. Il dialogo è (quasi) zero. Sentite cosa rimbomba dalle regioni della Lega: “L’unico problema è lui, la Lega è una candela che si sta spegnendo”. La polvere non può più restare sotto al tappeto, la mente vola al 2012, alle dimissioni di Umberto Bossi, in lacrime. Sotto il palco c’era sempre Giancarlo Giorgetti, che per ora grazia Salvini e non affonda: “Matteo sta ascoltando tutti, poi deciderà cosa fare”. Prudenza concessa per istinto, quello dello stabilizzatore: non solo dei conti, ma anche del governo. Non è un segreto che Giorgia Meloni guardi con attenzione agli affari leghisti, senza intromettersi ma temendo che si il sisma arrivi a Chigi. La premier contatta i governatori, coltiva l’ottimo rapporto con Giorgetti, che “è sinonimo di Lega e un giorno o l’altro ce lo dice quel che vuol fare”, raccontano tra i corridoi del Senato: “Anche perché se Giancarlo si schiera con i governatori, Salvini è spacciato”. Per questo in tanti lo strattonano, ma lui rimane zen, tranquillizzando Meloni ma mettendo un timer sulla testa di Salvini.
Uno stallo, che logora la Lega, agguantata nei sondaggi da Roberto Vannacci. La soluzione non c’è, non è una sola. Ma le ricette vanno trovate, anche a costo di tornare indietro: il ritorno ai territori, alla Padania, al Veneto culla del lighisimo, più potere a Zaia. Solo così, dice chi Salvini lo vuole rottamare, si recupera l’erosione dovuta all’uscita del Generale. Edoardo Ziello, deputato di Futuro Nazionale, ex leghista toscano, cammina a due metri da terra in Transatlantico: minaccia nuovi acquisiti, magari ancora dalla Lega. Prima, vuole aspettare la caduta di Salvini. Tic, tac.
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