I ragazzi della Flotilla per cui nessuno scende in piazza
Arrestati in Libia venti giorni fa, mentre cercavano di andare a Gaza, e chissà quando verranno liberati. Ma in piazza non scende nessuno. Forse perché il carcere non israeliano?
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Cosa sarebbe successo in Italia, in Europa, nel mondo se Israele avesse trattenuto arbitrariamente per oltre venti giorni in squallide carceri, facendo sapere che dovranno restarvi almeno altri trenta giorni, e probabilmente altri mesi, senza motivo, senza un capo d’accusa, senza la possibilità di vedere legali, una decina di attivisti della Flotilla di terra che volevano solo portare aiuti umanitari a Gaza? Avremmo avuto, come abbiamo avuto per la Flotilla di mare, le piazze piene, cortei, scioperi, interventi parlamentari e governativi, appelli, intere trasmissioni televisive e pagine di giornali dedicate ai vergognosi accadimenti.
Nulla di tutto questo, nessuna mobilitazione nazionale, internazionale e mediatica, sta accadendo per gli attivisti, tra i quali due cittadini italiani, Dina Alberizia e Domenico Centrone, che hanno cercato di raggiungere Gaza via terra, attraversando l’Egitto e che sono stati fermati e arrestati al confine libico dalle milizie di un generale Khalifa Haftar che spadroneggia da anni in quella parte del Paese africano, non ufficialmente riconosciuto da nessuno ma con il quale tutti, Italia compresa, parlano e trattano.
I funzionari del nostro ministero degli Esteri sono intervenuti, hanno mandato il console a Bengasi a parlare con i due attivisti italiani, si sono occupati delle loro condizioni di detenzione, ed è importante, li hanno fatti parlare con i familiari ma nulla di più. Gli stessi familiari hanno rivolto un appello in tv, trasmesso da poche emittenti e una decina di manifestanti hanno sostato per qualche ora davanti la Farnesina, niente altro.
Dove sono le decine migliaia di persone scese in piazza, giustamente, a protestare quando gli attivisti della Flotilla di mare furono illegalmente abbordati nelle acque internazionali dalle forze speciali israeliane, riportati a Cipro o in Israele, espulsi dopo poche ore o pochi giorni in qualche caso, dopo essere stati vergognosamente maltrattati, picchiati, c’è una inchiesta per torture, e ignobilmente insultati dal ministro Itamar Ben-Gvir, suscitando unanimi e istituzionali cori di indignazione? Il generale Khalifa Haftar è forse meno crudele? Le sue carceri sono migliori? I diritti degli attivisti sono garantiti? È più potente, fa più lui paura di Israele o è semplicemente meno interessante manifestare contro di lui?
Non voglio addentrarmi nella lunga storia di inerzia, complicità, falsità che ha contraddistinto i passati governanti italiani, dopo la caduta del regime di Muhammar Gheddafi, nelle responsabilità per la disastrosa situazione libica attuale, per non essere intervenuti adeguatamente quando era possibile e veniva persino richiesto, lasciando mano libera in Libia ad altre nazioni, Egitto, Turchia, paesi arabi, accontentandosi di mediare con i capi tribù e i capi fazione e di rifugiarsi in un piccolo porto di mare. E nemmeno voglio soffermarmi sulle responsabilità del governo di adesso, di Giorgia Meloni, che anche qui ha operato in continuità con i governi precedenti, ossessionato dalle statistiche e dalla propaganda sulle partenze dei migranti, cedendo basi, motovedette, addestramento a tutti i contendenti libici, organizzando e ospitando persino tornei calcistici, restituendo criminali di guerra, venendo in cambio ripetutamente umiliato.
È stato detto che la vicenda degli attivisti della Flotilla di terra arrestati a Bengasi ricorda quella dei pescatori di Mazara del Vallo, che nel 2020 furono trattenuti per più di cento giorni dallo stesso generale Khalifa Haftar prima di essere scenograficamente liberati, con l’allora presidente del consiglio, Giuseppe Conte, costretto a recarsi da lui per dargli legittimazione e il suo portavoce, Rocco Casalino, che inviò ai giornalisti la geolocalizzazione di dove si trovavano, suscitando sconcerto e polemiche, per avere immediata copertura e risonanza mediatica dell’evento.
Non so, spero di no ma temo di sì, se Dina Alberizia, Domenico Centrone e gli altri attivisti di varia nazionalità della Flotilla di terra dovranno aspettare pure loro cento giorni per essere liberati, con qualche trattativa sotterranea e se Giorgia Meloni o Antonio Tajani andranno pure loro a prenderli, o a riceverli, in favore di telecamere.
So che nessuno si mobiliterà abbastanza per loro, o comunque lo farà meno, molto meno di quanto sia avvenuto per gli attivisti della Flotilla di mare. Forse perché in Italia, in Europa, in Occidente va più di moda, si ritiene più giusto, protestare contro Israele che non, quando occorre, contro un generale libico e chi lo sostiene.
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