I tanti flop giudiziari e il tentativo di indagare Berlusconi per sempre
Si può andare avanti per 30 anni: l’inchiesta-fisarmonica che ha snodato le proprie note da Caltanissetta a Firenze e poi dalla Toscana alla Sicilia andata e ritorno, non muore mai.
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Il ministro Carlo Nordio lo ha ripetuto anche nei giorni scorsi, dopo l’archiviazione nei confronti di Marcello Dell’Utri (ma alle spalle c’è sempre Silvio Berlusconi) dall’infamante reato di strage mafiosa. Lo ha detto e ripetuto, c’è un metodo illegale di svolgere indagini che consiste nella “clonazione del fascicolo”. Che consiste, a ogni chiusura di inchiesta, nel tenere un pezzetto di carta, una coda di intercettazione, una parolina di pentito, nel cassetto della scrivania. In modo che, sotto l’ombrello ipocrita dell’obbligatorietà dell’azione penale, si possa spacciare per nuovo indizio ciò che nuovo non è e riaprire, come se nulla fosse accaduto, come se un gip non avesse già archiviato, le stesse indagini di prima, e continuare il solito trantran quotidiano. Con l’occhio, mai stanco, su Silvio Berlusconi, per esempio.
Si può andare avanti per trent’anni, poi essere promossi a dirigere una procura e poi un’altra e poi andare in pensione, e intanto il fondatore di Forza Italia, l’immortale geniale imprenditore brianzolo, non c’è più. Ma l’inchiesta-fisarmonica che ha snodato le proprie note da Caltanissetta a Firenze e poi dalla Toscana alla Sicilia andata e ritorno, non muore mai. Procuratori coraggiosi affiancati da giornalisti coraggiosi restano instancabili. Ma si sente qualcosa di nuovo nell’aria in questi giorni, dopo la sesta archiviazione che ha chiuso le indagini su Berlusconi e Dell’Utri per le bombe mafiose del 1993, dopo trent’anni di inchieste. È successo che il decreto della gip fiorentina Patrizia Martucci, sia pur tenuto nascosto per sei mesi e pieno di omissis, è stato salutato dalla gran parte dei media e dell’opinione pubblica con un sospiro di sollievo, come se fosse finito tutto davvero.
Probabilmente è lo spirito del referendum sull’ordinamento giudiziario che non si è ancora sopito, né per i vincitori del No né, e soprattutto, per quei 13 milioni di italiani che votando Sì hanno detto che la riforma la volevano davvero. E provvedono le notizie (e le non-notizie) su Garlasco, e soprattutto il “caso Minetti”, a fare il resto. Per la gran parte degli italiani Berlusconi è assolto, dopo esser stato vittima per trent’anni, dal giorno dell’inchiesta-bufala sulla corruzione della Guardia di finanza, annunciata dal titolone del Corriere e dei suoi giornalisti d’inchiesta con la schiena dritta. E fin dall’inchiesta “Oceano”, cui seguirà “Sistemi criminali”, che partono in Sicilia e arrivano ben prima di quella di Firenze sulle bombe del 1993. Perché Silvio Berlusconi è colpevole prima di tutto di aver vinto le elezioni del 28 marzo 1994 e tutto parte da lì.
Il pubblico ministero Luca Tescaroli, che ha cominciato a indagarlo quando era quasi un ragazzino e faceva il sostituto a Caltanissetta, e poi ha continuato risalendo lo stivale fino a Firenze, lo ha detto con chiarezza. Noi dovevamo capire, ha ricordato anche in recenti interviste, perché nel 1994 Cosa Nostra ha cessato di fare le stragi. Forse qualche indomito giornalista suo amico glielo potrebbe spiegare il perché, ricordandogli Giovanni Falcone, il maxiprocesso, i boss condannati, i “pentiti” come Buscetta, e poi gli arresti dei latitanti e infine la sconfitta giudiziaria ma anche militare dei corleonesi. Quella mafia non c’è più, e già nel 1994 nessuno avrebbe potuto resuscitarla. Certamente non Berlusconi, che da presidente del Consiglio si è affrettato a rendere definitivo l’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario sul carcere impermeabile all’esterno, che fino a quel momento era solo strumento emergenziale e provvisorio.
Per chi ha memoria, sarà bene ricordare che l’anima liberale di Forza Italia ha sempre considerato quel metodo carcerario come una forma di tortura e il “Decreto Biondi” sulla custodia cautelare andava nella direzione opposta a quella che sarà la linea securitaria e repressiva del primo governo Berlusconi. Lo riconosce per esempio il documento con le motivazioni della sentenza d’appello del famoso processo “Trattativa Stato mafia”, che segnerà una sconfitta rovinosa dei procuratori coraggiosi e l’assoluzione di Marcello Dell’Utri. Parlerà proprio dei voti malavitosi, quella sentenza. Quando ricorderà «iniziative attuate in coerenza con la linea garantista che molti esponenti di Forza Italia propugnavano e che, peraltro, aveva consentito loro di raccogliere molti consensi elettorali in ambienti non solo malavitosi, ma anche di certe élite culturali di diversa provenienza che fin dagli anni ottanta avevano intrapreso battaglie politiche del medesimo segno (basti pensare al referendum del 1981 per l’abolizione della pena dell’ergastolo)».
Invece no. L’inchiesta-fisarmonica deve dimostrare che le bombe sono cessate perché è nata Forza Italia, con i voti mafiosi naturalmente, allo scopo di tirar fuori dalle carceri i boss di Totò Riina. La verità è che Berlusconi ha fatto proprio il contrario. Ora succede che, nel momento in cui un’opinione pubblica ormai molto sensibile ai temi della giustizia ritiene che sia stata messa la parola fine all’immagine del fondatore di Forza Italia come di un grande criminale, ecco farsi avanti i soliti cronisti nostalgici di quelle inchieste, ancor più dei loro amici di procura. Mentre i “due Luca” sono spariti da Firenze, il procuratore Tescaroli perché è a Prato e il dottor Turco ormai pensionato, provvedono le grandi firme dei quotidiani d’appoggio, da Giovanni Bianconi del Corriere fino a Marco Lillo sul Fatto, a spiegare virtuosamente che il decreto di archiviazione di un gip non ha la forza di una sentenza (grazie della lezioncina, colleghi) e che quindi l’inchiesta fisarmonica si può riaprire. Anzi sicuramente si riaprirà, nelle mani di qualche discendente di procura dei “due Luca”.
Qualcuno può spiegar loro che esiste una legge Cartabia che impone una certa previsione di condanna per poter istruire inchieste temerarie? E magari anche, giusto per andare sul concreto, che la chiacchierata di un mafioso in carcere che dice “ci vorrebbe una bella cosa”, piuttosto che un’inesistente fotografia millantata da un gelataio, non sono neppure indizi? Queste istigazioni a violare la legge ormai puzzano di stantio, insieme ai capitani coraggiosi di procura e di redazione. Questa volta voltiamo pagina, davvero.
Di Tiziana Maiolo su Il Dubbio
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