Se la difesa non è più libera, perde la giustizia
Lo sciopero dei penalisti riapre il tema dei diritti e del rapporto tra cittadini e magistratura.
Lo sciopero dei penalisti che per cinque giorni da giovedì’ prossimo fermeranno centinaia di udienze in tutta Italia non è soltanto una protesta di categoria. Dietro l’astensione dalle aule c’è una questione che riguarda tutti: il diritto alla difesa e la tutela del segreto professionale tra avvocato e assistito. Se le denunce emerse sul caso Perugia fossero confermate, ci troveremmo di fronte a una violazione gravissima, capace di incrinare uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto.
Il rapporto tra imputato e difensore si fonda infatti sulla riservatezza assoluta. Senza questa garanzia viene meno la possibilità stessa di costruire una difesa efficace e si altera l’equilibrio tra accusa e difesa che dovrebbe caratterizzare ogni processo democratico. Per questo i penalisti parlano di una questione che va oltre il singolo episodio e chiedono risposte rapide e trasparenti da parte delle istituzioni.
La protesta arriva inoltre in un momento particolare per la giustizia italiana. Il recente esito referendario decreta il sostanziale fallimento della consultazione, ha mostrato quanto il tema della giustizia fatichi a mobilitare l’opinione pubblica. Eppure proprio vicende come quella di Perugia dimostrano che le garanzie processuali non sono una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori, ma diritti che riguardano ogni cittadino.
Il voto referendario, letto da molti come una conferma dello status quo, non può trasformarsi in un alibi per evitare un confronto sulle criticità del sistema. Al contrario, dovrebbe spingere politica e magistratura a interrogarsi sulle ragioni di una crescente distanza tra cittadini e istituzioni giudiziarie. Quando si parla di intercettazioni, di diritto di difesa e di equilibrio dei poteri, non sono in gioco privilegi di categoria, ma la qualità della nostra democrazia.
È vero che lo sciopero provoca rinvii e rallentamenti, con processi destinati a slittare e disagi per tutte le parti coinvolte. Ma i penalisti sostengono che il prezzo dell’indifferenza sarebbe molto più alto. Perché se un avvocato non può garantire al proprio assistito uno spazio di comunicazione realmente protetto, a essere compromessa non è soltanto una strategia processuale. È la fiducia dei cittadini nella giustizia.
E una giustizia nella quale la difesa non si sente libera è una giustizia che rischia di apparire meno giusta agli occhi di tutti.
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