Anno: XXVIII - Numero 109    
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IA e avvocatura il motto è: governare e non subire per sfuggire alla schiavitù dell’algoritmo

Governare e non subire per sfuggire alla schiavitù dell’algoritmoSoftware come chatgpt possono certamente fornire un supporto ma giova ricordare che l'avvocato risponde personalmente degli atti che firma e dunque un errore dell'IA si traduce direttamente in una violazione del dovere di diligenza e competenza.

IA e avvocatura il motto è: governare e non subire per sfuggire alla schiavitù dell’algoritmo

Già da molto tempo l’avvocatura italiana riflette sull’utilità dell’Intelligenza artificiale nella professione forense. Lo fa con un approccio realistico, senza cadere nelle inutili preoccupazioni. Il mondo, gli individui, i gruppi organizzati hanno da sempre affrontato i cambiamenti adeguandosi alle nuove esigenze presentatesi. Avverrà con ogni probabilità lo stesso con il sempre maggiore utilizzo dell’IA, in ogni campo.

Nella professione forense il dibattito sull’impatto dell’algoritmo prende in considerazione vari elementi. Due spiccano più degli altri. Il primo riguarda lo sguardo rivolto al futuro con la speranza di una giustizia più efficiente; l’altro si riferisce al timore dell’errore tecnologico con la dequalificazione del ruolo dell’avvocato.

Nel nostro Paese, dove la tradizione giuridica si fonda sul rigore dell’interpretazione e sul valore della competenza del professionista, l’introduzione dell’IA generativa sta sollevando una serie di interrogativi amplificati da alcuni casi verificatisi all’estero in cui la macchina ha fornito informazioni sbagliate, mandando fuori strada gli avvocati che avevano fatto affidamento su di lei. Poco più di due anni fa, nel corso del G7 delle avvocature, svoltosi a Roma e promosso dal Consiglio nazionale forense, legali provenienti da tutto il mondo hanno rilevato che eludere i cambiamenti non è possibile, soprattutto nella giustizia dove gli operatori del diritto sono abituati a osservare la realtà e ad adeguarsi alle nuove esigenze che ne derivano. La consapevolezza, come evidenziò il presidente del Cnf, Francesco Greco, di dover governare i nuovi fenomeni derivanti dall’uso dell’Intelligenza artificiale e non subirli è molto chiara anche alle avvocature straniere. La più grande preoccupazione degli avvocati non è tanto quella di essere “sostituiti” da un algoritmo – scenario che il nostro sistema normativo rende fortunatamente remoto -, quanto il rischio di un affidamento cieco e acritico alla macchina. I timori dell’avvocatura hanno trovato una sponda reale in clamorosi precedenti d’oltreoceano.

Tra questi il caso «Mata v. Avianca» (Stati Uniti, 2023) considerato il perfetto memento mori per i professionisti del diritto. Due avvocati di New York hanno utilizzato ChatGPT per redigere una memoria difensiva. Il software ha inserito nel testo citazioni di sentenze e precedenti giurisprudenziali del tutto inesistenti – le cosiddette “allucinazioni” dell’IA -, inventando persino i nomi dei giudici e i numeri di ruolo. Il risultato? Una sanzione pecuniaria di 5mila dollari per i legali troppo creduloni con l’aggiunta del discredito professionale e il richiamo formale del giudice della Corte distrettuale.

Questo e altri episodi simili evidenziano i rischi principali avvertiti dai professionisti. Giova ricordare che l’avvocato risponde personalmente degli atti che firma. Un errore dell’IA si traduce direttamente in una violazione del dovere di diligenza e competenza (articolo 14 del Codice deontologico forense).

Il Consiglio degli Ordini forensi d’Europa (CCBE), al quale aderisce il Cnf, alla fine dello scorso anno ha redatto una interessante guida sull’uso dell’Intelligenza artificiale generativa da parte degli avvocati. Le indicazioni degli Ordini europei tengono conto degli attuali utilizzi della GenAI, i relativi vantaggi e le questioni più urgenti nel lavoro di tutti i giorni, senza tralasciare l’etica professionale e le norme che disciplinano l’esercizio della professione forense.

Nonostante i timori, l’avvocatura non è arroccata su posizioni luddiste. La speranza è che l’IA possa liberare il professionista dalle mansioni più ripetitive e a basso valore aggiunto, restituendo tempo alla strategia difensiva, allo studio profondo della causa e al rapporto umano con il cliente. Tra i vantaggi concreti che possono derivare risaltano l’analisi in pochi secondi di migliaia di pagine e la consultazione rapida di banche dati giurisprudenziali estese per trovare orientamenti specifici da verificare rigorosamente. L’IA potrebbe essere un supporto utile per valutare le probabilità di successo di una lite sulla base dello storico delle sentenze di una specifica sezione o di un determinato magistrato, aiutando il cliente a decidere se intraprendere o meno una causa.

Alcuni osservatori sostengono che l’IA apre una fase di «democratizzazione dello studio legale»: consente anche ai piccoli studi di competere con le law firm internazionali grazie a strumenti di automazione accessibili. Nel confronto-scontro tra tecnofobia e tecnofilia potrebbe affermarsi una «terza via» sulla quale il professionista, incamminandosi, si avvale dell’incredibile potenza di calcolo della macchina, senza mai sacrificare la capacità critica, l’empatia e l’etica nel lavoro di tutti i giorni. Casi come quello prima richiamato («Mata v. Avianca») non dimostrano l’inutilità o peggio la pericolosità dell’IA. L’errore non è della macchina allucinata, ma dell’avvocato che non verifica. Il futuro dell’avvocatura italiana passerà inevitabilmente da una formazione mirata. Gli operatori del diritto dovranno imparare a dialogare con le macchine (prompt engineering giuridico), mantenendo fermo il principio cardine secondo cui il diritto non è una mera somma di dati, bensì un atto di comprensione e di giustizia umana.

Nell’aprile 2024, i lavori del G7 delle avvocature si sono conclusi con la lectio magistralis del compianto professor Guido Alpa. L’insigne accademico, presidente emerito del Cnf, sostenne con convinzione una tesi: «Chi pensa che l’avvocato possa essere sostituito, anche in questo contesto di impiego dell’IA, fa un grosso errore per tante ragioni. L’avvocato è, dunque, assolutamente necessario, perché conosce il diritto e lo applica secondo le regole stabilite».

In quella occasione Alpa lanciò un messaggio di speranza agli avvocati italiani e alle delegazioni provenienti da tutto il mondo, consapevoli delle difficoltà di donare una veste giuridica adeguata ad una scienza in continua evoluzione e agli occhi dei più ancora imperscrutabile.

In questo momento storico la collaborazione responsabile deve essere posta al centro di ogni decisione. «I problemi dell’Intelligenza artificiale – disse Guido Alpa al G7 delle avvocature – sono stati discussi in un’assise dell’Accademia dei Lincei, l’Accademia culturale più antica del mondo. Qui la tematica è stata esaminata in un’ottica che riflette i principi condivisi dai Paesi occidentali: cercando di presagire come si configurerà la “scienza per il futuro”: innanzitutto si sono coniugate le scienze esatte con le scienze sociali ed umane, secondo l’insegnamento che il progresso scientifico deve giovare all’uomo e quindi farsi carico anche delle condizioni sociali e ambientali in cui vive. Si sono considerate le sfide, le responsabilità e le opportunità che offrono all’intera umanità, nella convinzione che per affrontare la nuova scienza occorra la cooperazione di tutti, istituzioni, imprese e cittadini, per garantire un impiego solido, trasparente ed equo dell’Intelligenza artificiale». Parole che dovrebbero essere sempre ricordate dai decisori finali.

Gennaro Gilmozzi su Il Dubbio

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