Anno: XXVIII - Numero 108    
Venerdì 5 Giugno 2026 ore 13:00
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GLI AVVOCATI AL CENTRO DEL SISTEMA GIUSTIZIA

Il viceministro della Giustizia, Sisto, interviene sulla nuova legge professionale: «La cultura della difesa torna centrale nel sistema».

GLI AVVOCATI AL CENTRO DEL SISTEMA GIUSTIZIA

Non è un concetto scontato: «È giusto e necessario che l’avvocato veda rafforzato il proprio ruolo anche nel contributo all’organizzazione della giustizia. Il difensore è scelto dal cittadino, ne è dunque rappresentante a ogni effetto: per la difesa tecnica che assume e allo stesso modo nel partecipare all’architettura del sistema». Che fosse un vantaggio, per la professione legale, avere un avvocato come Francesco Paolo Sisto nella posizione di viceministro a via Arenula è stato chiaro fin dall’inizio della legislatura. Ma quest’idea di “rappresentanza democratica diretta” assicurata dal ceto forense nella giurisdizione è davvero forte e innovativa. «La nuova legge sull’ordinamento degli avvocati favorisce un nuovo assetto del sistema», dice Sisto, che nel provvedimento nato dalla proposta dell’intera avvocatura, e appena approvato in prima lettura alla Camera, ha investito molto.

Una riforma forense non può certo arrivare lì dove avreste voluto spingervi con la modifica costituzionale sui magistrati. Ma i principi che la nuova legge professionale afferma soprattutto nella prima parte possono contribuire a realizzare quel nuovo assetto della giurisdizione che avevate in mente?

L’esito del referendum non ha cancellato i principi costituzionali, né li ha intaccati. Questi principi ci sono, li abbiamo tutelati, vanno tutelati e continueremo a tutelarli. Lo faremo in particolare rispetto al diritto di difesa enunciato dalla Costituzione all’articolo 24: è uno dei pilastri nel sistema costituzionale dei diritti e della giustizia, non a caso precede le altre norme che disegnano questa parte della vita democratica, cioè l’articolo 25, il 27 e il 111. Ciò detto, la riforma forense afferma in primo luogo l’importanza della difesa proponendo un ruolo dell’avvocato non solo più consapevole, ma anche più moderno. Dà la possibilità, alla difesa tecnica, di essere in linea con i cambiamenti strutturali conosciuti dalla società negli ultimi anni. Con la nuova legge professionale, la cultura della difesa torna a essere centrale nell’architettura del sistema giustizia.

Vuol dire che con la nuova legge forense si creano i presupposti anche per una più costante partecipazione degli avvocati all’organizzazione giudiziaria?

È molto semplice: se si persegue l’obiettivo di una giustizia migliore, non solo più efficiente, è indispensabile una sinergia che deve essere contraddistinta dal comune dolo di partecipazione. Un’avvocatura strutturalmente più presente nel pianeta giustizia, e non in secondo piano rispetto alla magistratura, conferisce sicuramente più equilibrio al sistema, considerato che l’avvocato è scelto direttamente dal cittadino e lo rappresenta a ogni effetto.

Questa della “rappresentanza diretta” assunta dall’avvocato anche nel “governo” della giurisdizione è una prospettiva oggettivamente sottovalutata.

Sì, ma intendiamoci: è un ruolo essenziale ma è innanzitutto una responsabilità, per noi avvocati. È questa la nostra mission. Non siamo travet che devono sbarcare il lunario, abbiamo una funzione sociale perché rappresentiamo i cittadini. Si deve passare da un’avvocatura che vive la giustizia con lo schema del gioco di rimessa a un’avvocatura che scende in campo consapevole del suo ruolo e della sua forza, portatrice com’è degli interessi diretti dei cittadini. Nella prospettiva, virtuosa, di vivere responsabilmente alla pari con la magistratura. È noto che la funzione dell’avvocato nel processo è quella di alta sorveglianza sulla corretta applicazione delle regole. Un processo è giusto se le sue regole sono state rispettate. Detto questo, il maggiore coinvolgimento dell’avvocatura nell’organizzazione giudiziaria, favorito dalla nuova legge forense, costituisce un obiettivo utile proprio in tale chiave di lettura.

Con il ministro Nordio, avete cercato, a quanto pare, di declinare il paradigma anche in termini più strettamente politici, attraverso il tavolo aperto a via Arenula con magistratura e avvocatura.

Insieme al ministro abbiamo promosso il primo di una serie di incontri con avvocatura e magistratura, centrati soprattutto sui temi dell’efficienza della giustizia. Sia chiaro: si tratta di un ascolto a più voci che non tocca minimamente le prerogative disegnate dalla Costituzione, in virtù delle quali c’è chi scrive le leggi e chi le applica. Ma cercare di partire da ciò che si condivide può facilitare i rispettivi compiti.

Quindi non c’è il rischio che certe scelte di segno più garantista debbano prima passare per il nulla osta dell’Anm?

È evidente che nessuno intende rinunciare alla cultura del garantismo e alle riforme conseguenti: ancora una volta l’esito del referendum non intacca minimamente la solida cultura garantista che ci ha contraddistinto da sempre e soprattutto ha contraddistinto Forza Italia.

A proposito: il vertice tenuto al ministero (ieri per chi legge, ndr) ha lasciato in sospeso alcuni provvedimenti. Inclusa la riforma della prescrizione, che sembra subordinata all’adozione della norma transitoria invocata dalla magistratura. Ma è possibile un’intesa di maggioranza su una modifica che renderebbe la riforma inefficace per i processi in corso e che potrebbe essere bocciata dalla Consulta?

La riforma della prescrizione è stata approvata in prima lettura alla Camera con il voto “in blocco” della coalizione. Motivo per cui non si può dubitare della convergenza su un provvedimento che restituisce alla prescrizione la sua natura sostanziale, dopo l’ircocervo, come lo ha definito Giorgio Spangher, disegnato dall’improcedibilità processuale. Lo ribadisco a lettere cubitali: nessuna terapia di favore, ma semplice sutura, nell’ottica della ragionevole durata del processo tutelata dall’articolo 111, della ferita provocata dalla mediazione del governo Draghi con i 5 Stelle. Quanto alla norma transitoria, a mio avviso, potrebbe, se concordata, stabilire che la nuova disciplina si applichi soltanto ai reati commessi dopo la sua entrata in vigore, senza violare il principio del favor rei. Non è così scontato, e merita un approfondimento accurato, che si possa far retroagire una nuova norma di diritto sostanziale sul preesistente assetto processuale della stessa disciplina.

Torniamo alla legge forense: dopo la convergenza con le opposizioni realizzata in prima lettura alla Camera, si può dire che il resto dell’iter, decreti legislativi inclusi, è in discesa?

Abbiano effettuato un grande lavoro di mediazione con le opposizioni, recependo alcune proposte venute dai loro banchi. Questo ha facilitato indubbiamente il percorso, e sono convinto costituisca un ottimo viatico per una rapida approvazione. È stato comunque un lavoro delicato quanto esaltante. Possiamo dire che è stata premiata l’idea di trasformare in legge delega la proposta dell’avvocatura, anche grazie al prezioso, costante affiancamento del Cnf e del suo presidente Francesco Greco.

Potrà essere utile, nell’elaborazione dei testi attuativi, il fatto che l’Ufficio legislativo di via Arenula sia guidato da un avvocato?

Nicola Selvaggi è un raffinato docente di Diritto penale, ormai avvezzo da anni alle pratiche del Legislativo del ministero, che oggi dirige con fermezza e garbo. Sono convinto che, anche indipendentemente dal suo ruolo di avvocato, darà un essenziale contributo a che i decreti legislativi scrivano quello che tutti s’aspettano: pagine nuove e esaltanti per una avvocatura sempre più istituzionale e competitiva.

Errico Novi su Il Dubbio

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