La domanda è legittima: questa riforma, almeno per ora, non sembra risolvere i problemi.
La delega divide l’avvocatura: tutele fragili per monocommittenti e giovani, mentre crescono poteri e compatibilità ai vertici professionali.
In evidenza
La riforma dell’ordinamento forense approvata dalla Camera il 26 maggio 2026 segna un passaggio politico importante, ma lascia aperti molti interrogativi sul futuro concreto della professione. Dietro la retorica della “modernizzazione” emerge infatti una frattura sempre più evidente tra l’avvocatura istituzionale e quella reale, composta in larga parte da professionisti con redditi modesti, giovani collaboratori e monocommittenti privi di vere garanzie.
Il testo approvato contiene certamente alcune novità significative: l’ampliamento delle compatibilità professionali, la possibilità per gli avvocati di assumere incarichi gestionali nelle società, la ridefinizione delle attività riservate e l’introduzione di una disciplina della monocommittenza. Tuttavia, la sensazione diffusa è che la riforma sia stata costruita più attorno agli interessi delle fasce forti dell’avvocatura che sulle difficoltà quotidiane della maggioranza degli iscritti.
Particolarmente delicata è la questione della monocommittenza, che riguarda migliaia di giovani avvocati stabilmente inseriti negli studi professionali ma formalmente autonomi. La delega parla di tutela dell’autonomia, dell’indipendenza e del compenso equo, ma resta vaga proprio nel punto decisivo: quali saranno le effettive protezioni economiche, previdenziali e contrattuali di questi professionisti? Il rischio, denunciato anche da molte associazioni forensi, è che si finisca per legittimare una zona grigia tra lavoro autonomo e subordinato senza risolverne le distorsioni.
Non meno controversa appare la scelta di ampliare da due a tre i mandati consecutivi per gli organi rappresentativi dell’avvocatura. Una modifica che viene letta da molti come un rafforzamento degli assetti di potere esistenti più che come un’apertura al rinnovamento generazionale. In una professione che fatica ad attrarre giovani e che registra crescenti diseguaglianze reddituali, il tema della rappresentanza non è secondario.
Le critiche mosse dall’ANF e da altre componenti dell’avvocatura colpiscono soprattutto l’impianto culturale della riforma, giudicato conservatore e poco capace di interpretare le trasformazioni del mercato legale, dell’organizzazione del lavoro e dell’intelligenza artificiale. Manca una visione realmente innovativa della professione e resta irrisolto il nodo centrale: quale modello di avvocato serve oggi alla società italiana?
La riforma sembra così oscillare tra esigenze di tutela corporativa e tentativi di apertura, senza riuscire davvero a costruire un equilibrio moderno tra funzione pubblica dell’avvocato e sostenibilità economica della professione. E mentre i vertici celebrano il cambiamento, una parte consistente dell’avvocatura continua a sentirsi esclusa dal dibattito e poco rappresentata nelle priorità della riforma.
Forse il punto più vero resta quello evocato nel richiamo finale a Piero Calamandrei: il problema non è quanti avvocati ci siano, ma quale ruolo debba avere l’avvocatura nella società contemporanea. Una domanda che questa riforma, almeno per ora, non sembra ancora riuscire ad affrontare fino in fondo.
Altre Notizie della sezione
Medicina territoriale, riforma da fare senza perdere umanità
28 Maggio 2026Case di Comunità e ruolo unico dividono la sanità italiana: servono meno burocrazia, più medici e centralità del paziente.
Casse forti, ora meno tasse ai professionisti
27 Maggio 2026Patrimonio record e welfare in crescita: Adepp chiede fiscalità zero per sostenere lavoro e investimenti.
Schlein affonda Venezia con un candidato fantasma
26 Maggio 2026Martella vive a Roma, Venturini tra Mestre e Marghera: gli elettori hanno scelto chi conoscevano davvero.
