VOGLIONO UMILIARE GLI AVVOCATI
Il (legittimo) sospetto dopo i 20 euro liquidati dal giudice di Trapani.
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Si tratta solo di un errore, ma è inevitabile che ci si chieda se non c’è anche altro: l’Ocf parla di «segnale allarmante sul progressivo svilimento del ruolo dell’avvocatura nell’amministrazione della giustizia»
Molti avvocati si chiedono legittimamente se si tratti solo di coincidenze. Se una liquidazione da 23 euro e 80 centesimi a una legale di Caltanissetta sia conseguenza solo dell’abnorme inadeguatezza valutativa di un giudice di pace trapanese. O se vi sia qualcosa in più. E cioè una sorta di messaggio sprezzante, nei confronti della professione, umiliata dalla sconfitta al referendum, in occasione del quale la maggioranza degli avvocati si era schierata per il Sì, e dunque meritevole di vedersi irrisa.
Non è così, naturalmente. L’errore con cui un magistrato onorario del Tribunale siciliano ha ritenuto che un patrocinio a spese dello Stato assunto dall’avvocata Antonella Macaluso valesse meno di un biglietto per assistere a una partita di basket dei Trapani Shark è solo un errore, appunto. Che verrà quasi certamente emendato dalla magistratura ordinaria, alla quale la professionista nissena ha già presentato ricorso.
Ma i malumori restano, e ieri se n’è fatto carico l’Organismo congressuale forense, che in una nota esprime «profonda preoccupazione e ferma indignazione» per la vicenda. Una decisione come quella di Trapani, si legge nella nota di Ocf, «non rappresenta soltanto un importo simbolicamente offensivo, ma costituisce un grave vulnus alla dignità della professione forense, oltre che un segnale allarmante sul progressivo svilimento del ruolo dell’avvocatura nell’amministrazione della giustizia», appunto.
«Il compenso professionale dell’avvocato non può essere ridotto a una valutazione meramente burocratica o irrisoria, sganciata dal valore costituzionale della funzione difensiva. Dietro ogni attività professionale vi sono studio, preparazione, responsabilità, aggiornamento continuo e assunzione di obblighi deontologici che meritano rispetto e adeguato riconoscimento». L’Ocf, dunque, richiama «tutte le autorità competenti alla necessità di garantire criteri di liquidazione rispettosi della funzione costituzionale dell’avvocato e coerenti con i parametri normativi vigenti, evitando decisioni che finiscono per umiliare l’intera categoria forense».
Nel frattempo, cresce, fra le rappresentanze dell’avvocatura, anche il disappunto per l’ormai imminente entrata in vigore delle norme, inserite nell’ultima legge di Bilancio, che subordinano la liquidazione dei compensi dovuti, ai legali, dalla Pa a una preventiva trattenuta delle somme imputate al difensore da parte dell’Agenzia delle entrate, a prescindere dalla contestazione degli addebiti eventualmente proposta dall’avvocato.
Dopo l’intervento del Cnf, è l’Unione nazionale Camere civili a manifestare allarme per «gli effetti dell’articolo 48-bis, comma 1-ter, del dPR n. 602/1973, introdotto dall’articolo 1 comma 725, della legge 199 del 2025 (la Manovra per il 2026, ndr), nella parte in cui prevede, a decorrere dal 15 giugno 2026, un regime speciale di verifica e di versamento diretto all’agente della riscossione dei compensi dovuti ai professionisti da parte della pubblica amministrazione, anche per importi inferiori alla soglia ordinaria di 5mila euro e in presenza di cartelle esattoriali di qualunque ammontare».
L’avvocatura, si legge nella nota firmata dal presidente dell’Uncc Alberto Del Noce, «non chiede alcuna zona franca per i professionisti inadempienti verso il Fisco» ma ricorda che, col meccanismo appena introdotto, il legale «rischia di vedersi sottrarre, in tutto o in parte, il compenso maturato per attività già svolte, spesso dopo anni di attesa, sulla base di posizioni debitorie che possono risultare non definitive, contestate, prescritte, sospese, rateizzate o comunque meritevoli di verifica».
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