La follia non cancella il jihadismo
La patologia individuale non spiega un copione terroristico ormai riconoscibile.
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Quando un’automobile viene trasformata in arma e lanciata su una folla, il primo riflesso è cercare la spiegazione nell’individuo. Chi era il conducente, quale storia portava con sé, quale frattura interiore lo ha condotto a quel punto. È una domanda legittima, che le indagini devono percorrere fino in fondo. Ma esiste una seconda domanda, altrettanto necessaria e spesso elusa: perché quella forma? Perché quel copione preciso — veicolo ad alta velocità in una zona pedonale affollata, poi coltello contro chi tenta di fuggire — si ripete con una coerenza che non può essere casuale?
La risposta non è nella biologia del singolo. Un soggetto può essere psicotico, instabile, delirante, persino incapace di una piena elaborazione politica. Ma questo non impedisce che abbia assorbito uno schema simbolico e operativo riconoscibile. È esattamente ciò che l’Isis ha prodotto negli anni della sua massima espansione: non solo reclutamento organizzato, ma una grammatica della violenza facilmente imitabile, replicabile da individui isolati, marginali o disturbati. Una forma di terrorismo “a bassa soglia”, dove non serve una cellula strutturata: basta interiorizzare il copione.
Negare questa dimensione in nome della malattia mentale rischia di diventare un alibi culturale. Nel caso in specie, i campanelli d’allarme c’erano tutti: le mail deliranti, minacciose e contraddittorie inviate a Unimore; l’abbandono delle terapie psichiatriche; la progressiva perdita di contatto con la realtà. Elementi che descrivono una fragilità individuale evidente. Ma la fragilità non genera automaticamente una specifica forma di violenza. Non spiega perché l’attacco assuma proprio i contorni già visti a Nizza, Berlino, Londra o Barcellona. La psicosi può spiegare la disintegrazione personale; non basta a spiegare l’adozione di un modello.
È qui che si consuma un equivoco occidentale ormai ricorrente: immaginare che “terrorista” e “malato mentale” siano categorie incompatibili. Non lo sono. Un individuo può essere entrambe le cose. Può agire spinto da paranoia, delirio o dissociazione e al tempo stesso muoversi dentro un immaginario jihadista sedimentato nello spazio pubblico globale. L’ideologia contemporanea non richiede sempre adesione razionale o disciplina militante. Talvolta funziona come un contenitore narrativo disponibile, pronto a essere riempito da rabbia, alienazione e psicosi.
Questo non significa attribuire all’islam nel suo complesso responsabilità collettive, né alimentare la scorciatoia identitaria che trasforma ogni musulmano in un sospetto. Sarebbe precisamente la trappola del “Noi contro Loro” che il jihadismo ha sempre cercato di produrre. La forza strategica di quel terrorismo è stata infatti costringere le società europee a leggere se stesse come comunità assediate, spingendole verso polarizzazione, paura e stigmatizzazione reciproca.
È proprio lì che non bisogna cadere. Ma evitare la guerra culturale non implica rimuovere la natura imitativa di certi attacchi. Significa distinguere fra una religione e un repertorio terroristico; fra una comunità e una propaganda; fra il disagio psichico individuale e la disponibilità collettiva di un modello di violenza già codificato.
Perché il punto decisivo non è se l’attentatore fosse malato. Il punto è che qualcuno, prima di lui, ha costruito un linguaggio del terrore abbastanza semplice da poter essere adottato anche da chi sta precipitando fuori dalla realtà.
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