Pa e professionisti saggia la marcia indietro sui compensi più bassi.
L’eliminazione della soglia dei 5mila euro corregge gli eccessi della norma, ma non cancella un clima di disparità ancora tutta politica.
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Il governo fa un passo indietro, ma non abbastanza. L’emendamento che introduce la soglia dei 5mila euro per i compensi dei professionisti da parte della Pubblica amministrazione evita almeno gli effetti più paradossali della norma originaria: congelare pagamenti anche per debiti minimi, mettendo in difficoltà migliaia di lavoratori autonomi. Era una stortura evidente e la correzione era inevitabile.
Resta però il cuore del problema. Commercialisti, avvocati e professionisti continuano a essere trattati diversamente rispetto agli altri creditori della Pa. Per imprese e dipendenti pubblici non esiste infatti un meccanismo automatico di compensazione forzosa tra crediti e cartelle esattoriali. Qui invece sì. E questo alimenta una disparità che difficilmente può essere ignorata.
La politica rivendica l’ascolto delle categorie e in parte è vero. Ma la retromarcia dimostra soprattutto che la norma iniziale era stata scritta senza valutare fino in fondo le conseguenze concrete. La liquidità dei professionisti non può diventare il terreno più semplice su cui accelerare la riscossione fiscale.
Non è un caso che, accanto alla soddisfazione prudente, il mondo delle professioni rilanci ora il tema dell’equo compenso. Perché la questione non riguarda soltanto il recupero dei crediti fiscali, ma il riconoscimento del valore economico e sociale del lavoro professionale. La soglia dei 5mila euro attenua il problema. Non lo risolve.
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