Mistero della fede. L’insensato bipolarismo italiano
La divisione fra destra e sinistra è, quella sì, contro natura. Perché Forza Italia e Pd hanno molte più idee in comune di quante ne abbiano con gli alleati. Il berlusconismo è finito, l’antiberlusconismo pure: prenderne atto.
La politica italiana, da un trentennio abbondante, vive attorno a un mistero della fede: la competizione politica si gioca nel fronteggiarsi di due schieramenti, uno di destra e l’altro di sinistra, lungo una riga invalicabile: o stai di qui o stai di là. Era, curiosamente, il titolo di una trasmissione di Pialuisa Bianco all’alba della Seconda repubblica, quando la legge elettorale maggioritaria, voluta da Mario Segni e approvata con referendum dagli elettori, introdusse l’illusione di uno sviluppo britannico della nostra democrazia. Come racconta la storia, Silvio Berlusconi comprese il cambiamento, si associò alla Lega di Umberto Bossi e all’Msi di Gianfranco Fini e vinse, mentre a sinistra non ci capirono nulla, andarono separati e se ne tornarono all’opposizione. Era il 1994.
E però il bipolarismo anglosassone funziona se è un bipartitismo, come negli Stati Uniti, dove la scelta si riduce a Democratici e Repubblicani. Se invece bisogna organizzare delle coalizioni, e raccattare quanti più alleati rendano probabile la vittoria, si finisce col mettere in piedi un caravanserraglio in cui ognuno urla più forte per farsi sentire dal pubblico a casa. Ed è esattamente quello che è successo in Italia, coi suoi dodici milioni di partiti espressione di dodici milioni di sfumature tutte indispensabilissime all’opinione pubblica.
Il capolavoro fu il governo Prodi II, costituito nel 2006 e durato un paio d’anni, retto da sedici partiti (sedici!), più ribelli solitari con molti principi molto negoziabili – non so se ricordate i nomi e le tempre dei Turigliatto o dei Pallaro. Non per niente in quel biennio nacque la migliore idea di sinistra del millennio: il Pd a vocazione maggioritaria. Idea che obbligò la fondazione a destra del Partito della libertà (Pdl) e purtroppo ben presto abbandonata dallo stesso Pd, in cui prevalsero i nostalgici della politica a ispirazione orgiastica.
Dopo la legislatura da cartone animato del 2018-2023 (nata con la coalizione Cinque stelle-Lega, proseguita con la coalizione Cinque stelle-Pd, finita con la coalizione Cinque stelle-Resto del mondo con premier Mario Draghi; dal “non ci alleiamo con nessuno” a “ci alleiamo con tutti”; da “stiamo con la Lega contro l’Europa” a “stiamo col Pd con l’Europa” a “stiamo con Draghi per il massimo dell’Europa”), l’attuale ha ristabilito le geometrie della Seconda repubblica e, in particolare a destra, si è rivista grosso modo la stessa alleanza del ’94 (solo con gli eredi del Msi anziché Forza Italia al cuore del governo). E a sinistra si sono radunati tutti gli altri, compresi i Cinque stelle, mentre la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha dedicato le sue migliori energie all’esclusivo scopo di trasformare questa specie di ostello per senza tetto in un insieme armonico di progetti. Senza riuscirci e – previsione da fondo del caffè – se anche ci riuscirà, finirà come finì per Prodi, dopo un paio d’anni di rave party.
Ora, come forse sapete, i sondaggi indicano la difficoltà, a destra e a sinistra, di guadagnare i seggi sufficienti per governare serenamente. Quindi, o si rifà la legge elettorale, con un bel premio di maggioranza, sempre che ce ne sia il tempo, oppure toccherà prendere in considerazione la grande ammucchiata di centro. Roba già vista, per carità. Per esempio il governo di Enrico Letta del 2013. Ma il punto è il mistero della fede di cui si scriveva all’inizio: perché un governo che metta insieme partiti di destra e di sinistra – quelli obbligati a definirsi tali dal postulato divino del bipolarismo – sarebbe un governo sacrilego, contro natura, il trionfo della casta all’inciucio?
Se ci sono rapporti contro natura, sono quelli dei berlusconiani coi Fratelli d’Italia, di cui si sono dovuti ingoiare ogni legge securitaria, illiberale, manettara, prigionecentrica, o con la Lega e il suo antieuropeismo di tendenza putiniana. Che cosa ci fa Forza Italia con questi trumpiani abbandonati, con queste vedove dell’orbanismo? E che cosa può tenere insieme il Pd coi Cinque stelle, che sulla politica internazionale non si discostano di un passo dalla Lega? O con i Fratoianni e i Bonelli, accanita pubblica accusa dell’Occidente? Che cosa può saldare questa orda di fenomeni che, ogni volta si tratti di votare su questioni fondanti come la guerra, la protezione della democrazia, il ruolo dell’Europa e della sua difesa, inseguono l’ambizione massima di distinguersi uno dall’altro?
Se la Seconda repubblica in fondo non è stata altro che l’allucinato bipolarismo di berlusconiani e antiberlusconiani, mi sentirei in dovere di ricordare ai contendenti che Berlusconi è morto. Preso atto del decesso, Pd e Forza Italia dovrebbero chiedersi su che cosa confliggano: la politica estera? L’europeismo? Le politiche economiche? Il garantismo? L’immigrazione? Su che cosa, precisamente, si sentono lontani, più di quanto non lo siano con gli alleati di destra o sinistra che gli sono stati assegnati dal mistero della fede?
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