Anm allo specchio dopo la vittoria: ora spazziamo via il carrierismo...
Il referendum ha portato i magistrati fuori dai palazzi e vicino ai cittadini. Ora, tra corridoi e chat interne, il dibattito si concentra su regole, incarichi e rotazione.
Il referendum è finito, ma dentro l’Anm la partita vera comincia adesso. Archiviata la campagna elettorale – che ha portato i magistrati fuori dai palazzi e dentro piazze spesso ostili – resta una domanda che attraversa chat e mailing list: che cosa fare di quella fiducia, fragile e in parte inattesa, che i cittadini hanno concesso?
Il clima, a differenza di quanto si potrebbe immaginare, non è (solo) celebrativo. Prevale piuttosto una consapevolezza disordinata e per certi versi amara: la credibilità della magistratura si è incrinata negli ultimi anni e una parte rilevante della crisi è legata alle dinamiche delle nomine, al peso delle correnti, al carrierismo. Temi dei quali, durante gli incontri, i cittadini non hanno quasi mai chiesto conto, puntando su questioni molto più concrete: la durata dei processi, gli errori giudiziari, il sospetto – talvolta esplicito – di una giustizia orientata o comunque poco comprensibile. E insieme, ammette qualcuno, anche una distanza quotidiana fatta di atteggiamenti, linguaggi, modi di stare in aula che hanno alimentato nel tempo un senso di estraneità, se non di superiorità. È su questo terreno che si gioca una parte della credibilità riconquistata.
Tra corridoi, chat e mailing list la lettura è chiara: a vincere è stata una magistratura capace di parlare direttamente ai cittadini. Le nomine, invece, restano un problema “interno”. Rilevante, persino decisivo per gli equilibri della magistratura, ma sostanzialmente irrilevante per l’opinione pubblica. È proprio l’incomunicabilità di questo tema – punto dolente per molti magistrati schierati per il Sì – ad aver, forse, “salvato” la campagna. Un cortocircuito che pesa, perché proprio su quel terreno, dentro l’Anm, si continua a individuare la ferita più profonda. Il punto su cui si registra una convergenza quasi unanime, stando a quanto appurato dal Dubbio, è il carrierismo. Non tanto – o non solo – il correntismo in sé, quanto il desiderio di potere che attraverso le correnti si esprime e si organizza. Una “tentazione” diffusa, viene definita nelle discussioni interne, che negli anni ha finito per erodere credibilità e autorevolezza molto più di qualsiasi attacco esterno.
Ma è sulle cure che il fronte si divide. C’è chi spinge per intervenire subito sulle regole, a partire dal sistema delle nomine e dal Testo unico sulla dirigenza: un terreno che dipende dal Csm e che consentirebbe di dare un segnale immediato di discontinuità. L’obiettivo è superare quel documento (la fantomatica proposta A) votato poco più di un anno fa e che aveva lo scopo non dichiarato di salvare lo status quo e la più ampia discrezionalità possibile. Si guarda con rimpianto – ora – all’altro testo, quello che avrebbe ristretto i margini di manovra e che la cordata Area-Mi ha bocciato. In questa prospettiva, la parola chiave è autoriforma: fare da soli, e farlo adesso, senza attendere interventi legislativi percepiti – a torto o a ragione – come ostili e indirizzati a minare l’indipendenza della magistratura.
Altri, però, mettono in guardia da un rischio opposto: continuare a discutere di regole senza toccare davvero il nodo del potere. Perché, è l’obiezione, ogni meccanismo può essere aggirato se resta intatta la logica che lo alimenta. Da qui le proposte più radicali, che circolano con sempre maggiore insistenza: ridurre drasticamente il numero degli incarichi, svuotare il peso delle nomine, introdurre forme di rotazione – l’opzione proposta dall’indipendente Andrea Mirenda, finora sempre rifiutata – e rafforzare valutazioni di professionalità realmente partecipate. L’idea di fondo è semplice quanto divisiva: se si riduce il valore delle “poltrone”, si riduce anche l’incentivo a contendersle. Una linea che trova consensi soprattutto tra chi ritiene che il problema non sia l’uso distorto del potere, ma il potere in sé.
Non tutti, però, sono disposti a spingersi fin lì. C’è chi teme che soluzioni troppo drastiche – come l’anzianità senza demerito – possano sacrificare il merito o scivolare verso automatismi poco selettivi, e chi insiste sulla necessità di rendere più trasparenti e affidabili le valutazioni, limitando una discrezionalità che negli anni ha dato prova di sé in modo quantomeno controverso. Da qui l’insistenza su ciò che può essere fatto “qui e ora”, dentro il circuito dell’autogoverno. Non manca, però, chi continua a ragionare in termini politici: il Csm deve – questo il senso – rendere conto all’Anm delle proprie scelte e ascoltare il sindacato delle toghe. Qualcosa di distante dal ruolo istituzionale e di rilievo costituzionale che quel Palazzo ricopre. Ma tant’è: la storia la scrive chi vince.
Accanto alle regole, però, emerge un’esigenza più profonda. Un cambiamento culturale. Il magistrato non è “altro” rispetto al cittadino, ma parte di un servizio che ha proprio il cittadino come utente finale e che deve essere comprensibile, accessibile, responsabile. Per questo, tra le proposte, c’è anche quella di non disperdere l’esperienza della campagna referendaria: mantenere aperti canali di confronto con l’esterno, costruire momenti stabili di dialogo con avvocati, accademici e cittadini, trasformare un passaggio straordinario in pratica ordinaria. Con l’ingresso di migliaia di giovani nei prossimi anni, inoltre, l’Anm dovrà cambiare pelle. E dovrà darsi, secondo i più giovani iscritti al sindacato, scopi nuovi, votati a dare un contributo al miglioramento del servizio e non alla chiusura corporativa. Serve spazio per i non iscritti alle correnti, una legge elettorale che non richieda “appartenenze” e una trasparenza totale sul lavoro del Csm. L’obiettivo è chiaro: evitare un sistema verticale dove il merito scompare e dove i magistrati finiscono per distinguersi per il grado anziché per le funzioni. Anche da questo ricambio passa la possibilità di un cambio reale, non solo dichiarato. Perché il rischio non è non cambiare. È convincersi di averlo già fatto.
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