Perché serve la separazione delle carriere? Guardate la terza puntata di “Portobello”
«Un atto d’amore, ma non un santino». Ecco il Tortora di Marco Bellocchio
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https://www.ildubbio.news/news/giustizia/49593/perche-serve-la-separazione-delle-carriere-guardate-la-terza-puntata-di-portobello.html?paywall_canRead=true&id=67336C’è una scena madre nella serie di Bellocchio su Enzo Tortora che, al netto delle polemiche politiche, ci dice moltissimo sulla storia del nostro sistema giudiziario
«Prima comincia il processo, meglio è…ce lo chiedono i cittadini!». Nella terza puntata della serie “Portobello”, c’è una scena madre che, al netto di tutte le polemiche politiche che già si sono sviluppate attorno al fatto che l’opera del Maestro Marco Bellocchio sul caso Tortora sia uscita in parallelo alla campagna referendaria, ci dice moltissimo sulla storia del nostro sistema giudiziario, e della posta in gioco per il suo futuro.
La sequenza è drammatica, e se non ricalca esattamente la realtà degli eventi, può essere considerata verosimile, per usare un eufemismo. Enzo Tortora è già da diverse settimane in carcere, imputato di associazione alla Camorra e di traffico di stupefacenti, i pm che stanno conducendo l’inchiesta sono irremovibili nelle proprie convinzioni, rispetto alla solidità dell’impianto accusatorio, che in realtà si fonda esclusivamente sulle testimonianze inventate di sana pianta di una pattuglia di pentiti paranoici e di un pittore mitomane.
Siamo prima della riforma del processo penale, avvenuta alla fine degli anni Ottanta, non esistono ancora le figure del Gip e del Gup, ma esiste esclusivamente quella del giudice istruttore, una sorta di dominus che allo stesso tempo investiga, verifica il lavoro dei colleghi pm e decide sul rinvio a giudizio. Nella fattispecie, il giudice istruttore del caso Tortora si chiama Giorgio Fontana: a lui il codice riserva la scelta più importante: quella se mandare a processo il conduttore o archiviare.
Fontana (interpretato da Alessandro Preziosi) viene convocato in procura dal Capo dei pm Francesco Cedrangolo (interpretato da Gigi Savoia), e di fronte a quest’ultimo manifesta sommessamente qualche dubbio sull’attendibilità degli accusatori di Tortora, vedendosi replicare in maniera durissima che i pentiti coinvolti nell’inchiesta si sono ravveduti in modo genuino. Inoltre, Cedrangolo si produce in un monologo reso verosimile da ciò che è rimasto agli atti, parlando del popolo che «chiede questo processo», che «prima si fa meglio è», cita Marx a sproposito affermando che «la quantità fa la qualità», come a dire che il numero dei pentiti accusatori del conduttore è di per sé prova di colpevolezza. Una testimonianza estrema di quanto la funzione del giudice istruttore, nel processo inquisitorio, fosse drammaticamente subalterna all’operato della procura, tanto che il legislatore sentì il bisogno di “sdoppiarne” le funzioni assegnando al giudice delle indagini preliminari il ruolo di verifica della coerenza dell’operato del pm e di garanzia dell’imputato e al giudice dell’udienza preliminare la decisione sul rinvio a giudizio.
Il motivo di questo intervento fu fin troppo ovvio, con un magistrato spesse volte chiamato a decidere se sconfessare o meno il lavoro di un collega, finendo quasi sempre per avallarne le scelte, in un sistema che prevedeva allora molte più porte girevoli tra una funzione e l’altra rispetto a oggi, e possibili “incroci” al Csm. Il passaggio ulteriore e coerente alla ratio della riforma del processo penale avrebbe dovuto essere, per stessa ammissione degli autori, la previsione di due carriere e di due organismi di autogoverno distinti, per giudici e pm. Cosa mai avvenuta e che ha dato vita a più di un trentennio di muro contro muro tra chi vorrebbe portare a compimento il passaggio al sistema accusatorio e chi vorrebbe lasciare l’ibrido attuale. E di conseguenza fare della scena madre di “Portobello” un evergreen.
Mauro Bazzucchi su Il Dubbio
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