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Breve storia del Pd, il partito bipolare

Ogni volta che qualcuno (che non sia il Pd) prova a cambiare la Costituzione, il Pd si inalbera per salvarla. Ricordo della riduzione dei parlamentari: per il No quando era all’opposizione, per il Sì quando salì al governo.

Breve storia del Pd, il partito bipolare

Ecco, ci risiamo: la democrazia è in pericolo e a salvarla sarà, ancora una volta, il Partito democratico. Vecchia storia, in effetti. Ogni qualvolta una maggioranza di governo di cui il Pd non fa parte si appresta ad approvare una qualche riforma più o meno significativa, ecco partire da via del Nazareno la chiamata alle armi degli italiani “liberi e forti” in difesa degli assetti democratici inopinatamente minacciati. Elly Schlein non si è fatta, dunque, scappare l’occasione: il 22 e 23 marzo, ha detto, bisognerà votare No alla separazione delle carriere tra i magistrati che giudicano e quelli che accusano per, ça va sans dire, “difendere la democrazia”.

Un breve ripasso della dinamica politica che riguardò l’infausto taglio della rappresentanza parlamentare può, forse, aiutare a comprendere il grado di coerenza di tali accorati allarmi.

Nel lontano 2008, il tesoriere del Pd Luigi Zanda e la presidente dei senatori democratici Anna Finocchiaro depositarono un disegno di legge costituzionale che prevedeva di modificare gli articoli 56 e 57 della Carta per portare a 400 il numero dei deputati e a 200 quello dei senatori. Non se ne fece nulla.

All’inizio del 2019, la medesima, sciaguratissima, riforma venne messa in votazione dalla maggioranza gialloverde che reggeva il primo governo Conte. Apriti cielo. “Il vero obiettivo dei 5 stelle è il taglio della democrazia”, tuonò la responsabile Giustizia del Partito democratico, Deborah Serracchiani, intimamente ed irremovibilmente convinta che si stesse “portando a termine l’assassinio della democrazia rappresentativa”. Il solco era tracciato, la linea chiara: uno dopo l’altro, tutti i maggiori dirigenti del Pd si impancarono in strenua difesa di una democrazia evidentemente offesa. Dimentico del testo Zanda-Finocchiaro, il Partito democratico votò, di conseguenza, No in occasione dei primi tre passaggi parlamentari della riforma cara ai demagoghi pentastellati.

Inaspettatamente, però, nell’agosto del 2019 l’imprevedibile Matteo Salvini tolse la fiducia a Giuseppe Conte e il governo cadde di conseguenza. Nacque così l’esecutivo giallorosso, di cui il Pd faceva parte a pieno titolo. Una novità che, evidentemente, rivoluzionò i saldi principi e le coordinate democratiche degli eletti dem. In occasione della quarta ed ultima votazione parlamentare, infatti, il Partito democratico votò a favore. E la minaccia alla democrazia? Roba del passato.

Del resto, basta leggere i titoli dei dossier sulla riforma compilati dall’ufficio studi del partito ad uso e consumo dei propri eletti. Il primo, del 9 maggio 2019, porta il titolo “La riduzione del numero dei parlamentari non migliora le istituzioni e fa male alla democrazia”; il secondo, del 7 settembre 2020, è invece titolato “Riduzione del numero dei parlamentari: perché il Pd è favorevole”.

Inutile aggiungere altro. Salvo ricordare che nel 2019 la medesima Deborah Serracchiani appose la propria democratica firma in calce ad una mozione (la cosiddetta mozione Martina) che dichiarava “ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale” la separazione delle carriere tra i magistrati che giudicano e quelli che accusano.

di Andrea Cangini su Huffpost

 

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