IL NO SORPASSA IL SÌ
Ma tutto dipende da affluenza e indecisi. Trend, numeri e scenari a un mese dal voto.
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C’è una data da segnare in agenda: 22 e 23 marzo 2026. In quei due giorni gli italiani saranno chiamati a votare sul referendum sulla giustizia, la riforma voluta dal governo che cambia in profondità l’assetto di magistrati e procure.
Nel frattempo, i sondaggi sul referendum giustizia 2026 stanno raccontando una storia inaspettata: il No ha sorpassato il Sì in diverse rilevazioni, ma il quadro è ancora fragilissimo. Un po’ perché i margini sono minimo, un po’ perché tra indecisi e possibili astenuti c’è ancora mezzo Paese.
Referendum giustizia 2026: di che cosa stiamo parlando
Prima dei numeri, due coordinate per capire che cosa c’è sulla scheda.
La consultazione di marzo è un referendum confermativo su una riforma costituzionale della giustizia. In pratica, i cittadini devono dire se confermare o bocciare il testo approvato dal Parlamento. Non c’è quorum: vince chi prende un voto in più tra Sì e No.
I punti chiave della riforma, detti proprio in versione “riassunto da bar”, sono tre:
- Separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: due percorsi distinti, senza possibilità di passare da una funzione all’altra.
- Doppio CSM: un Consiglio superiore per i giudici e uno per i PM, con una parte dei componenti scelti tramite sorteggio tra magistrati con determinati requisiti.
- Alta Corte disciplinare: un nuovo organo dedicato ai procedimenti disciplinari contro i magistrati.
Sul piano politico, il referendum è già stato caricato di significati che vanno ben oltre i tecnicismi: test sul governo, resa dei conti con “le toghe”, difesa o meno dell’indipendenza della magistratura.
Sondaggi referendum giustizia 2026: fotografia di oggi
Arriviamo al punto: chi è avanti, Sì o No?
Gli ultimi sondaggi disponibili, diffusi negli ultimi giorni da diversi istituti (Ixè, Demopolis, YouTrend, Ipsos, BiDiMedia, Only Numbers), convergono più o meno su questa immagine:
- No in leggero vantaggio, con distacchi che oscillano fra i 2 e i 6 punti a seconda di come si ricalcolano i dati.
- Sì in calo rispetto all’inizio dell’anno, ma ancora molto competitivo.
- Indecisi e “non so se andrò a votare” altissimi, spesso nell’ordine del 40–50% se si considera l’intero corpo elettorale.
Un istituto come Ixè, per esempio, rileva per la prima volta un vantaggio chiaro del No, intorno a poco più del 50% dei voti validi, con il Sì sotto la soglia del 50. Demopolis racconta una storia simile: nelle rilevazioni di fine febbraio il No supera il Sì di un paio di punti, quando solo poche settimane fa accadeva il contrario.
Lo senti il cambio d’aria? Fino a gennaio il dibattito pubblico dava quasi per scontato il successo del Sì. Oggi la parola d’ordine è una sola: testa a testa.
Da gennaio a fine febbraio: come si è ribaltata la partita
Se guardiamo la linea del tempo, la cosa interessante non è solo “chi è avanti”, ma come ci è arrivato.
- A inizio gennaio: il fronte del Sì partiva in netto vantaggio. Alcune rilevazioni lo davano sopra il 50% dei voti validi, con il No indietro di 6–10 punti.
- A fine gennaio: il margine comincia a stringersi. In un paio di sondaggi si parla addirittura di “pareggio tecnico”: differenze dentro il margine di errore.
- A metà/fine febbraio: il No fa il sorpasso in più di una indagine, mentre altri istituti continuano a vedere il Sì in leggero vantaggio, ma con forbici sempre più strette.
Che cosa è successo in mezzo?
- La campagna si è polarizzata: da una parte il governo e il centrodestra che presentano la riforma come “giustizia più efficiente e responsabile”, dall’altra le opposizioni e molte associazioni di magistrati che parlano di “attacco all’indipendenza delle toghe”.
- Il tema è uscito dalle pagine di politica per entrare nei talk show, sui social, nelle interviste agli opinion maker.
- Una parte degli elettori che in gennaio rispondeva “non so” ha iniziato a prendere posizione, e in molti sondaggi questa nuova scelta pende più spesso verso il No.
Detto in modo brutale: il Sì non crolla, ma il No cresce più in fretta.
L’ago della bilancia? L’affluenza
Quasi tutti gli istituti che hanno lavorato sui sondaggi del referendum giustizia 2026 fanno una cosa interessante: non si limitano a chiedere “Sì o No”, ma costruiscono scenari diversi in base all’affluenza.
Il risultato è sempre lo stesso, con numeri diversi ma identico messaggio:
- Con affluenza bassa (intorno al 40–45%) il No tende a prevalere.
- Con affluenza più alta (sopra il 50%) il Sì recupera terreno e in alcuni scenari torna avanti.
Perché?
Perché chi è molto motivato – nel bene o nel male – di solito si presenta ai seggi comunque. Chi è tiepido, confuso, o pensa che “non cambierà niente”, rischia di restare a casa.
E qui viene fuori un altro dato chiave:
- solo una minoranza dice di essere molto informata sulla riforma;
- una fetta consistente ammette di “averne sentito parlare” ma di non conoscere i dettagli;
- una quota non piccola non sa neppure che ci sarà un referendum a marzo.
In altre parole, si sta chiedendo al Paese di esprimersi su una riforma tecnica, ma buona parte del Paese si muove ancora tra slogan e mezze informazioni. Non proprio la condizione ideale per un voto sereno.
Chi vota Sì e chi vota No (secondo i sondaggi)
Ovviamente si parla di tendenze, non di destini individuali. Però le ricerche disegnano alcune linee di frattura abbastanza nette.
Spaccatura politica
- Tra gli elettori di centrodestra (partiti di governo), la maggioranza relativa si colloca nel fronte del Sì.
- Nel campo dell’opposizione, soprattutto centrosinistra e Movimento 5 Stelle, prevale in modo più netto il No.
- C’è comunque una quota non irrilevante di elettori di ogni area che “vota contro linea”, sia a favore sia contro la riforma.
Tradotto: non è un referendum totalmente “di partito”, ma le appartenenze politiche pesano parecchio.
Generazioni e genere
Altri due tagli interessanti:
- Giovani 18–34 anni: più propensi al No, in alcune rilevazioni in modo decisamente marcato.
- Fasce 45–64 anni: più favorevoli al Sì.
- Donne: leggero vantaggio del No.
- Uomini: leggero vantaggio del Sì.
Una lettura possibile? I giovani e chi si sente ai margini del sistema politico istituzionale tendono a diffidare dei cambiamenti percepiti come “manovre dall’alto”, mentre elettori più maturi, spesso più stabili politicamente, sono più allineati alla proposta della propria area.
Fiducia nelle istituzioni
C’è poi un dato di fondo che fa da sfondo alla partita:
- la fiducia nella magistratura è in risalita rispetto agli anni passati;
- la fiducia nei partiti rimane bassissima.
Questo aiuta il fronte del No a presentarsi come “difesa dei giudici”, e costringe il fronte del Sì a insistere molto sul tema della “giustizia che funziona”, più che sulla contrapposizione magistrati–politici.
Un referendum tecnico, una campagna molto politica
Se metti insieme tutto – contenuti della riforma, clima politico, sondaggi – viene fuori un paradosso abbastanza evidente:
- sulla carta è un referendum tecnico, che tocca norme costituzionali, organi di autogoverno, procedure disciplinari;
- nella pratica, la campagna lo ha trasformato in un plebiscito politico su governo, toghe, rapporti di forza tra poteri dello Stato.
Da un lato c’è chi racconta il Sì come voto “per una giustizia più efficiente, meno corporativa”.
Dall’altro c’è chi presenta il No come voto “a difesa dell’indipendenza dei magistrati e dell’equilibrio costituzionale”.
Nel mezzo ci sono milioni di elettori che, nei sondaggi, dicono cose tipo:
“So che devo scegliere tra Sì e No, ma faccio fatica a capire che cosa cambierà davvero nella pratica”.
Ed è probabilmente lì, in quella zona grigia di incertezza, che si giocherà il risultato finale. I sondaggi sul referendum giustizia 2026, per ora, ci restituiscono una sola certezza: la partita è apertissima. Il resto lo faranno l’ultima parte di campagna, la capacità (o meno) di spiegare i contenuti e, soprattutto, la voglia di presentarsi in cabina.
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