Anno: XXVIII - Numero 38    
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Come abbiamo fatto della magistratura una casta sacerdotale

Racconto - attraverso un romanzo di Victor Hugo, un film di Krzysztof Kieślowski e un ricordo di tanti anni fa - di un potere assoluto, come quello dei re, che ribalta il senso della democrazia. Una prefazione a Certo che sì, libro di Emilia Rossi.

Come abbiamo fatto della magistratura una casta sacerdotale

È in libreria Certo che sì – Il referendum tra realtà e propaganda (Castelvecchi, 114 pp, 15 euro), un breve e denso saggio di Emilia Rossi, una delle firme più amate di HuffPost, a sostegno della riforma della separazione delle carriere e del doppio Csm. Quella che segue è la prefazione di Mattia Feltri.

Nel 1829, il ventisettenne Victor Hugo scrisse Le Dernier jour d’un condamné – più spesso tradotto in italiano come L’ultimo giorno di un condannato a morte. Una delle letture più angoscianti della mia vita, che mi sono inflitto una mezza dozzina di volte. Credo abbia un pari soltanto nel quinto episodio del Decalogo di Krzysztof Kieślowski, Non uccidere, poi ampliato nel Breve film sull’uccidere insignito del Premio della giuria a Cannes nel 1988. È la storia di un ragazzo che senza motivi rilevanti né futili ammazza un tassista e per questo è condannato a morte e impiccato. La gratuità e la violenza dell’omicidio, raccontato nella prima parte del film, sono sconvolgenti. Il ragazzo mette una corda al collo del tassista, stringe, tira, il tassista boccheggia, scalcia, la scena è lunghissima, è insopportabile. Il tassista viene finito a sprangate. Ho usato aggettivi insuperabili – sconvolgente, insopportabile – perché tutto ci si aspetterebbe tranne che la seconda parte del film superi la prima, che sia ancora più sconvolgente, ancora più insopportabile, col condannato a morte immobilizzato da sei o sette agenti che lo trascinano al patibolo, lui urla, piange, è un’altra scena lunghissima, un’altra ribellione destinata all’orrore. Ora l’assassino ha la corda al collo come l’aveva l’assassinato, si apre la botola, come l’assassinato boccheggia e scalcia. La giustizia ha punito l’ingiusto.

Nel libro di Hugo non si sa nemmeno quale sia il crimine che conduce il condannato alla ghigliottina. Non è importante, e non lo è dettagliare sullo strazio della decapitazione. Lo strazio è l’allucinata attesa che la pratica della morte sia burocraticamente compiuta. Ancora adesso, mentre scrivo, mi cresce l’angoscia nel petto.

Nell’Introduzione, Victor Hugo irride chi s’è domandato da quali letture abbia preso spunto per il romanzo – che poi non è un romanzo, è un’arringa sotto forma narrativa in difesa dell’umanità. Certo, ha preso spunto da Cesare Beccaria, che tuttora è più citato che conosciuto. Ma è una strana mania – scrive – quella di cercare a mille leghe quanto si ha sotto al naso, e il libro è nato da una pozza di sangue in Place de Grève, la stessa piazza dove si conclude l’agonia del suo condannato a morte. Ogni volta che la Cassazione pronunciava un’altra sconcia sentenza, prosegue Hugo, ogni volta che sentivo gli strilloni aizzare il popolo affinché affluisse allo spettacolo di Place de Grève, ogni volta quel supplizio era il mio supplizio e ogni volta erompeva in me le necessità di questo libro.

Se fossi dotato del talento di Victor Hugo o di Krzysztof Kieślowski, avrei tratto la mia opera d’arte da un episodio piccolo piccolo, insignificante, abnorme, di un pomeriggio di tanto tempo fa, prima metà degli anni Novanta, tribunale di Bergamo. Avevo poco più di vent’anni e seguivo la cronaca giudiziaria per il quotidiano in cui mi impratichivo. Si celebrava un processo di quelli che valgono venti righe nelle pagine cittadine. L’imputato era un uomo sulla sessantina, arrivato alla sbarra dal profondo delle valli, attrezzato di un italiano da scuola elementare. Osservava smarrito la liturgia da cui era circondato, le toghe, i protocolli, e quando lo interpellavano con quel gergo greve, aspro, tracotante, e cioè se avesse posto in essere o se fosse conscio della riformulazione della fattispecie, si guardava attorno sgomento, come se dei carcerieri gli avessero parlato in aramaico, e cercava con lo sguardo qualcuno che lo confortasse, un volto non ostile, e poi chinava il capo per ascoltare la traduzione simultanea fornita senza grande successo dall’avvocato.

Andò avanti così per l’intera durata dell’udienza, con divertimento che il giudice e il pubblico ministero trattenevano il giusto che richiedeva il contegno del loro alto rango, e l’avvocato per dovere professionale e con sommo sforzo. Come si pretendesse di chiamare giustizia quello spettacolo osceno ancora me lo chiedo. Nessuna colpa dell’imputato poteva essere grave quanto quella dell’accusatore e del giudice che lo umiliavano per la sua ignoranza, protetti dalla forza che la legge attribuisce loro in esclusiva, perché la usino in nome del popolo. Una responsabilità enorme, di cui non avevano alcuna contezza.

L’amministrazione della giustizia è la pietra angolare su cui sono edificate le democrazie liberali. I popoli si sono sbarazzati delle monarchie assolute – in cui il re disponeva dei sudditi a suo capriccio, esercitando un potere che discendeva direttamente da Dio – per stabilire che gli uomini nascono tutti liberi, tutti inviolabili, tutti con uguali diritti. A causa dell’imperfezione degli uomini, che uccidono e stuprano e rubano, le democrazie sono obbligate a tradire sé stesse e a privare gli uomini della libertà, ogni giorno. E ogni giorno è un fallimento – previsto ma non meno doloroso – che ci ricorda come è grande e faticosa e fallace l’ambizione della democrazia.

Chi è chiamato ad amministrare la giustizia – i giudici, i pubblici ministeri, il potere politico, le forze dell’ordine – dovrebbe svolgere il suo compito ricordando di essere un uomo uguale a tutti gli altri, soprattutto uguale a quello su cui legifera, che arresta, che accusa, che condanna, che incarcera. Dovrebbe trattare quell’uomo con compassione perché la colpa che porta e la sanzione che seguirà sono la tragedia da cui siamo eternamente perseguitati. Dovrebbe assolvere o condannare ricordando che l’ergersi ad accusatore e a giudice è un inevitabile atto di superbia che l’uomo si concede in nome dell’uomo, e andrebbe affrontato con tremore e prudenza. Dovrebbe avere scolpito nel cuore che discende dagli uomini il potere da cui è innalzato sopra gli uomini.

Se ognuno di noi avesse a cuore la democrazia, e cioè la libertà che accomuna tutti noi, che ci rende tutti uguali, Victor Hugo non avrebbe scritto il libro sul condannato che sale alla ghigliottina, né Krzysztof Kieślowski avrebbe girato il film sull’impiccagione del giovane assassino, né io avrei assistito a quella farsa di tanti anni fa, perché nessun uomo deputato ad accusare e a condannare si sarebbe sentito in diritto di disporre della vita di un altro uomo, uccidendolo o umiliandolo. Se ognuno di noi sapesse tutto questo, non ci sarebbero condanne a vita né carceri sovraffollate né mille e oltre innocenti che ogni anno finiscono in galera né isteriche richieste di aggravi di pena né processi trasformati in spettacolo né casi di cronaca in reality show. Ci sarebbe un Paese migliore, più libero, con più garanzie per te e per me. E se tutto questo non succede la colpa è tua e mia, che non sappiamo che cosa è la giustizia, e non ce ne occupiamo convinti che il mondo dei tribunali e delle carceri sia un mondo a parte, e non le fondamenta deboli di una democrazia debole e forti di una democrazia forte.

Ecco perché, anche stavolta, come accade da decenni, ogni riforma della magistratura non è mai buona o cattiva, migliorabile o cassabile, non è mai argomento di dibattito, mai disputa filosofica. Ogni riforma è sacrilegio. Perché con la magistratura abbiamo rimesso in piedi una casta sacerdotale che trae potere da qualche forza divina.

di  Mattia Feltri su Huffpost

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