Anno: XXVIII - Numero 36    
Giovedì 18 Febbraio 2026 ore 14:00
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Mattarella al Csm, neutralità sotto esame referendario

Il Capo dello Stato presiede, ma guida il vicepresidente politico. Dubbi su imparzialità e riforma costituzionale.

Mattarella al Csm, neutralità sotto esame referendario

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha presieduto il Consiglio Superiore della Magistratura in seduta ordinaria. Un atto previsto dalla Costituzione, certo. Ma in un clima referendario acceso, ogni gesto pesa. E può suonare, agli occhi di qualcuno, come un assist a una delle parti in campo. Alla faccia della neutralità.

È bene allora rimettere ordine nei fatti. Il Csm è presieduto formalmente dal Presidente della Repubblica, come stabilisce l’articolo 104 della Costituzione. Non è una scelta politica contingente: è un disegno dei Costituenti per garantire equilibrio tra i poteri dello Stato. Il Capo dello Stato, figura super partes, siede al vertice dell’organo di autogoverno della magistratura proprio per assicurarne autonomia e indipendenza.

Nella prassi, tuttavia, le sedute ordinarie sono guidate dal Vicepresidente del Csm. Perché? Perché il Presidente della Repubblica non può — e non deve — entrare nella gestione quotidiana dell’organo. Il Vicepresidente viene eletto dal Csm tra i membri laici, cioè quelli scelti dal Parlamento. È spesso, ma non necessariamente, una figura con un passato politico. Non è un’anomalia: è il frutto di un equilibrio costituzionale che prevede una componente togata (magistrati eletti dai magistrati) e una laica (eletta dal Parlamento).

Si può discutere se questo equilibrio funzioni ancora. Se la presenza di membri di espressione parlamentare sia garanzia di pluralismo o varco per le logiche di partito. Se il ruolo del Vicepresidente debba essere ripensato. Ma siamo nel campo delle scelte costituzionali, non delle scorciatoie polemiche.

Il nodo vero è un altro: quando si vota per cambiare le regole che incidono su un’istituzione, è inevitabile che chi quell’istituzione la presiede sia, almeno simbolicamente, coinvolto. Questo significa che debba intervenire? O che il silenzio sia la forma più alta di garanzia?

La tradizione repubblicana ha sempre chiesto al Capo dello Stato di restare “notaio” e arbitro. Non un giocatore. Ma la Costituzione non lo rende un soggetto neutro in senso astratto: lo colloca dentro l’architettura dei poteri, con funzioni proprie. È una neutralità attiva, non un’assenza.

Resta, infine, la questione democratica. In un referendum il voto di ciascuno vale quanto quello del più autorevole costituzionalista. È il fondamento dell’uguaglianza politica. Può sembrare “indecente” quando la materia è tecnica e complessa. Ma è la democrazia: sovranità popolare, non tecnocrazia.

Il punto, allora, non è se il cittadino “vale” quanto l’esperto. È se il dibattito pubblico mette ogni cittadino nelle condizioni di capire. Se la riforma è chiara, spiegata, trasparente. Se i dubbi trovano risposte argomentate, non slogan.

Non ci sono tabù in democrazia. Si può essere favorevoli al Sì, al No o indecisi. Si può avere fiducia nel Presidente e insieme interrogarsi sulle regole. L’importante è distinguere tra percezioni e assetto costituzionale, tra legittimo dubbio e sospetto.

Le istituzioni non sono intoccabili. Ma proprio perché sono il cuore della vita del Paese, meritano un confronto informato, non un riflesso condizionato.

 

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