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Retroscena elettorale

Legge elettorale, nella maggioranza intesa di massima: premio e soglia, resta il nodo preferenze Fonti del centrodestra parlano di proporzionale con premio dal 40%, sbarramento al 3% e niente nome del premier in scheda. FdI spinge sulle preferenze.

Retroscena elettorale

La partita sulla legge elettorale si muove sottotraccia: niente è nero su bianco, almeno per ora, ma nella maggioranza ci sarebbe un accordo di massima su un impianto condiviso. A descriverlo sono fonti del centrodestra, che parlano di una traccia già abbastanza definita su cui costruire la riforma, con un punto ancora davvero sensibile: le preferenze.

L’intesa di massima: proporzionale, premio e soglia

Secondo il retroscena che circola nella coalizione, l’impianto avrebbe alcuni capisaldi: proporzionale con premio di maggioranza per chi supera la soglia del 40%, sbarramento al 3% e, almeno in via principale, nessuna indicazione del presidente del Consiglio sulla scheda elettorale. Un pacchetto che, nelle intenzioni, dovrebbe garantire una combinazione di rappresentanza e governabilità senza scivolare in modelli troppo personalizzati.

Su un altro passaggio tecnico si discuterebbe ancora, ma con una soluzione considerata più vicina: se il premio di maggioranza debba essere fisso o variabile, una scelta che incide direttamente su quanto “pesa” il risultato e su quanto margine di stabilità si vuole blindare per la coalizione che arriva prima.

Il nodo preferenze: l’asse più delicato in coalizione

Il vero terreno di confronto interno, però, sarebbe quello delle preferenze. Fratelli d’Italia non vorrebbe rinunciarci, anche perché viene considerata una rivendicazione identitaria, e nelle ultime ore la premier Giorgia Meloni, secondo fonti parlamentari del centrodestra, sarebbe tornata a insistere sulla loro introduzione.

Il punto non è solo tecnico. Le preferenze spostano potere dentro i partiti, cambiano i rapporti tra dirigenze e territori, rimescolano equilibri e candidature. Ed è per questo che il dossier resta aperto, con un confronto che, al momento, non avrebbe ancora trovato una quadra definitiva.

Il “nome del premier” in scheda: ipotesi tramontata, spunta una via di mezzo

Fortemente voluta da Fratelli d’Italia, l’ipotesi di inserire il nome del presidente del Consiglio direttamente sulla scheda sarebbe invece tramontata di fronte alle resistenze di Forza Italia e Lega. Ma il tema non sparisce del tutto: si starebbe lavorando a una soluzione di compromesso, definita con ironia da uno dei tecnici come una «semi indicazione».

L’idea ricalcherebbe un precedente già visto ai tempi del Porcellum: non la scritta in scheda, ma l’indicazione del capo della coalizione in calce al programma di governo depositato al Viminale insieme a liste e simboli. Una strada che, raccontano, consentirebbe a Meloni di presentarsi “da subito” come figura di riferimento per Palazzo Chigi, introducendo nei fatti una sorta di «vincolo politico» per gli alleati.

Rosatellum in bilico e il “fattore Vannacci”

Nel retroscena entra anche il cosiddetto caso Vannacci, che avrebbe strappato con la Lega di Matteo Salvini e che, secondo chi segue il dossier, potrebbe accelerare il superamento dell’attuale Rosatellum. La presenza all’orizzonte di una nuova formazione, «Futuro nazionale», avrebbe convinto anche i più scettici nel centrodestra a rimettere mano ai collegi uninominali, con un ragionamento politico prima ancora che aritmetico: ridurre i rischi di dispersione e di “effetto spoiler” in una competizione che si decide spesso su scarti minimi.

Nel ragionamento che circola tra gli sherpa, torna persino un precedente storico: il 1996, quando il centrodestra andò al voto con i collegi uninominali del Mattarellum e la Fiamma Tricolore, pur restando sotto soglia, contribuì a far perdere collegi decisivi. Un fantasma che, in coalizione, nessuno vorrebbe rivedere.

Tempi stretti e rischio “fiducia”

C’è poi il tema del calendario. L’obiettivo, nelle intenzioni, sarebbe quello di chiudere il testo subito dopo il referendum sulla giustizia per incassare il sì di almeno una delle due Camere entro l’estate. Non tanto per scelta scenografica, quanto per necessità: i ritocchi alle regole del voto, anche alla luce delle indicazioni europee, devono arrivare con congruo anticipo rispetto alle Politiche, per evitare accuse di forzature e dare tempo a elettori e candidati di capirne gli effetti.

E qui spunta un ultimo elemento, politicamente esplosivo: la riforma, secondo le stesse fonti, potrebbe essere varata con la fiducia per disinnescare imboscate parlamentari e il rischio di tagliole legate al voto segreto e ai franchi tiratori. Un passaggio che, se confermato, trasformerebbe la legge elettorale non solo in una riforma di sistema, ma anche in un test di tenuta della maggioranza.

 

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