Anno: XXVIII - Numero 36    
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Separare per fiducia, non per vendetta né propaganda

Riforma storica della sinistra, oggi ostaggio dello scontro tra poteri..

Separare per fiducia, non per vendetta né propaganda

La separazione delle carriere non nasce a destra. Attraversa la cultura giuridica della sinistra, almeno da Giuliano Vassalli in poi. Ridurla a “sogno di Licio Gelli” significa cancellare quella storia, amputare un pezzo di dibattito riformista e, in fondo, essere disonesti nell’anima prima ancora che nell’argomento. Perché le idee non hanno il colore di chi le brandisce oggi: hanno una genealogia. E la genealogia, se la si nega, si fa propaganda.

Allo stesso modo, si può criticare il governo quanto si vuole. È legittimo, è fisiologico. Ma quando l’Associazione Nazionale Magistrati assume toni che sconfinano nella contrapposizione politica, il problema diventa istituzionale. In uno Stato costituzionale ogni potere deve restare nel proprio perimetro. Non è una formula notarile: è la condizione di sopravvivenza della fiducia reciproca. Se il sindacato delle toghe parla come un partito, e i partiti replicano come se parlassero a una corrente giudiziaria, la separazione dei poteri si trasforma in separazione dei nervi.

Il punto non è difendere o attaccare Nicola Gratteri. È chiedersi se sia accettabile equiparare milioni di elettori a “indagati, imputati, massoni deviati”. Se la risposta è no, allora non si può, nello stesso respiro, liquidare come fascista una riforma che una parte della sinistra ha storicamente sostenuto. La coerenza non è un lusso retorico: è l’unico argine al sospetto che tutto sia solo tattica.

Si può votare No con argomenti seri. Si può votare Sì con argomenti seri. Quello che non si può fare è sostituire la storia con lo slogan. Perché quando lo slogan diventa l’unica grammatica, il referendum smette di essere uno strumento di democrazia diretta e diventa un plebiscito emotivo: contro qualcuno, non su qualcosa.

Se il Partito Democratico rinnega la propria tradizione garantista, il problema non è la destra. È l’identità della sinistra. Una sinistra smarrita nel proprio revisionismo riformista finisce per contraddirsi. E quando questo accade, il paradosso è che figure come Roberto Vannacci appaiano più coerenti, nel bene o nel male, di una leadership che oscilla tra memoria e rimozione. Non è un giudizio di valore: è un dato di percezione. E in politica la percezione, spesso, precede il consenso.

Gratteri dice che le sue parole sul referendum sono state fraintese. Può essere. Ma il punto non è il fraintendimento: è il fatto che una frase del genere basti a far saltare i nervi a mezzo sistema. Quando un magistrato evoca “indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere” parlando del Sì, non serve malizia per capire che il messaggio è arrivato dove doveva arrivare. La politica ha reagito perché si è sentita chiamata in causa; la magistratura ha precisato perché sa che ogni parola, in questa fase, pesa come un atto. Il referendum diventa così il campo di battaglia di poteri che non si fidano più l’uno dell’altro. Il resto è disputa sul lessico. La sostanza è che basta una frase, anche “fraintesa”, per mostrare quanto sia fragile l’equilibrio istituzionale. E la fiducia, ancora una volta, è la prima a cedere.

Nel frattempo, i cittadini osservano. O meglio: reagiscono. Perché discutere presuppone strumenti. E tutti i test sulle competenze linguistiche — per non parlare della matematica — restituiscono un quadro sconfortante. In un Paese che fatica a comprendere un testo complesso, il referendum diventa una prova di resistenza emotiva più che un esercizio di ragione pubblica. I social amplificano corbellerie e falsità che viaggiano più veloci di qualunque telegiornale del secolo scorso. L’algoritmo premia l’indignazione, non l’argomentazione.

Così il 24 marzo conteremo, da una parte, gli italiani che vogliono fare un dispetto a Giorgia Meloni e, dall’altra, quelli che vogliono farlo alla “casta dei magistrati”. Quanti avranno votato a ragion veduta, con cognizione di causa, nel marasma populistico, alla fine non rileverà. Rileverà chi avrà trasformato il quesito in un regolamento di conti.

Se proprio vogliamo fare le pulci alle parole di Gratteri, forse mancava l’aggettivo “colpevoli” dopo indagati e imputati. Perché in Italia esiste ancora qualche indagato o imputato innocente che pensa che, se la giustizia funzionasse meglio, verrebbe assolto prima. E magari al referendum vota No non per proteggere una corporazione, ma per chiedere efficienza. Sarebbe interessante sapere cosa voteranno coloro — quasi mille ogni anno — che sono stati messi in carcere per poi sentirsi dire, magari dopo anni, “scusate, eravate innocenti”.

Una giustizia efficiente non è quella che riconosce l’innocenza dopo un decennio. È quella che inquisisce a ragion veduta e decide in tempi ragionevoli. In un Paese in cui i procedimenti durano lustri e talvolta vengono riaperti dopo decenni per difetti nelle indagini, il garantismo non è una bandiera ideologica: è una necessità sistemica. Difendere le garanzie non significa difendere i colpevoli; significa difendere lo Stato dall’errore.

La separazione delle carriere può essere una risposta o può essere una scorciatoia. Ma trasformarla in un totem o in un tabù impedisce di valutarla per ciò che è: una proposta di assetto istituzionale, non una resa dei conti morale. Se la sinistra la rinnega per riflesso condizionato e la destra la brandisce come clava identitaria, il risultato è lo stesso: la complessità evapora.

Il vero nodo non è Gratteri, non è il governo, non è l’Anm. È la capacità del sistema di reggere il dissenso senza trasformarlo in delegittimazione. Quando ogni critica diventa un attacco alla democrazia e ogni riforma un passo verso l’autoritarismo, il dibattito pubblico si riduce a tifoseria. E la giustizia, che dovrebbe essere il luogo della misura, finisce per diventare l’arena dello scontro.

I perimetri servono a questo: a evitare che il conflitto divori le istituzioni. Se li cancelliamo per convenienza, poi non stupiamoci se resta solo il rumore.

 

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