Anno: XXVIII - Numero 31    
Giovedì 12 Febbraio 2026 ore 13:30
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«Voti sì? Sei fascista o amico dei mafiosi».

La campagna “trash” del fronte del No Dal paragone con il fascismo al voto caricato di significati politici: la sfida si gioca più sulla mobilitazione che sui contenuti della riforma.

«Voti sì? Sei fascista o amico dei mafiosi».

Mancano ancora le piaghe d’Egitto ma c’è tempo. Di qui al referendum corrono sei settimane e non è escluso che arrivino anche quelle. Il No ha deciso di impostare una campagna elettorale assolutamente isterica e il desolante risultato è che quella in corso si è già qualificata come la peggior campagna elettorale della storia repubblicana.

Nel 1974, con il divorzio in ballo, i soli due partiti antidivorzisti erano la Dc e il Msi. Ovviamente la propaganda dei divorzisti segnalò in abbondanza la discutibile alleanza tra il partito cattolico e quello neofascista. Ma a nessuno passò per la mente di accusare Aldo Moro e neppure il segretario dello Scudo crociato Amintore Fanfani di essere «come Ordine nuovo», gruppo radicale di estrema destra che, se la memoria non inganna era schierato con gli antidivorzisti.

Stavolta, come se nulla, fosse, il No ha appiccicato l’etichetta di complice del neofascismo a un ex presidente della Corte costituzionale, Augusto Barbera. Non fosse passato a miglior vita nel 2009, avrebbe rischiato di essere messo all’indice persino il nonno materno della segretaria del Pd Elly Schlein, Agostino Viviani, giurista, partigiano, parlamentare socialista, strenuo sostenitore della separazione delle carriere.

Quando nel 1987 si votò sulla responsabilità civile dei magistrati, quesito che colpiva i togati ben più a fondo di quanto non faccia quello su cui si voterà il 22 e 23 marzo, nessuno si permise di accusare i sostenitori della responsabilità civile di complicità con Cosa Nostra, che pure in quel decennio massacrava poliziotti e magistrati più di quanto avesse mai osato fare.

Il precedente più immediato e affine è ovviamente il referendum del 2017 sulla riforma costituzionale di Matteo Renzi. Allora, come oggi, la campagna del No puntava più sull’artefice della riforma che non sui contenuti della stessa. Moltissimi votarono per abbattere Renzi, non per salvare il Senato e il Cnel, e a decidere le sorti della prova fu il fuoco amico, i voti di un elettorato di sinistra che voleva sbarazzarsi di un leader visto come usurpatore e intruso.

Ma per quanto acuminate fossero le accuse di autoritarismo rivolte all’allora premier neppure i più incarogniti addebitarono alla sua riforma il ritorno del fascismo, la vittoria della mafia, l’affermarsi di una giustizia «solo per i ricchi e i potenti» (copyright Gratteri e Il Foglio), la sepoltura della libertà.

Bazzecole che oggi sono invece merce propagandistica comune. Perso ogni senso della misura e del ridicolo, il Pd non ha esitato a diffondere un video probabilmente girato nel corso del congresso nazista del 1935, con gli hitleriani che salutano il Fuhrer col braccio teso e la scritta semplicemente ignobile «Loro votano Sì».

Il governo ci ha messo parecchio di suo. Partito, come mera naturale, con una campagna garantista centrata sugli errori giudiziari, la premier si è presto resa conto di quanto poco il tema fosse gradito al suo elettorato e ha riconvertito la propaganda in un martellamento opposto, quello contro le “scarcerazioni facili”.

Ma per quanto effettivamente bassa e ben poco aderente alla realtà sia la campagna del Sì non ha raggiunto, per ora, i livelli inauditi di isterismo dei rivali.

Quella del No è una strategia calcolata. Gli analisti, confortati dai sondaggi, ritengono che a decidere sarà l’affluenza. Tutto dipenderà da chi riuscirà a motivare e portare alle urne il proprio elettorato. L’opposizione ha centrato l’obiettivo caricando il referendum di significati che esorbitano di molto dal contenuto della riforma e vanno persino oltre il pronunciamento sul governo: uno scontro in cui è in gioco tutto. L’elettorato del No è certamente quello oggi più motivato al punto che anche molti elettori favorevoli alla riforma la bocceranno o si asterranno perché convinti che la posta in gioco non sia più la riforma.

Il No, inoltre, gioca sulle difficoltà della premier. Per provare a motivare il proprio elettorato dovrebbe chiedere anche lei un pronunciamento non sulla riforma ma sul governo. Solo che così facendo le diventerebbe impossibile, se sconfitta, provare ad andare avanti come se nulla fosse. Dovrebbe anche lei mettere sul piatto tutte le sue fiches e non vuole farlo.

Per quanto effettivamente orribile e destinata a peggiorare ulteriormente la qualità già scarsa della politica italiana, la strategia del No ha dunque sin qui avuto successo. Ma le sei settimane decisive che restano sono un tempo lungo e il rischio che quei toni diventino controproducenti, spingendo verso le urne anche quell’elettorato di destra che nelle intenzioni del No dovrebbe restare a casa, è del tutto concreto.

Paolo Delgado su Il Dubbio

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