Anno: XXVIII - Numero 30    
Mercoledì 11 Febbraio 2026 ore 13:15
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Olimpia dimenticata

Tra guerre ignorate, censure e violenze, i Giochi mostrano un mondo incapace di fermare conflitti e ipocrisie internazionali sempre crescenti.

Olimpia dimenticata

Mentre gli atleti olimpici gareggiano sullo sfondo di un contesto politico segnato da censure preventive – come il divieto per gli atleti ucraini di indossare caschi con i volti dei colleghi caduti in guerra – qualcuno continua a celebrare un fantomatico “spirito olimpico”, caratterizzato da unità, concordia, gioia e perfino pace. Emblema di questa narrazione è l’ideale della tregua olimpica, ciclicamente evocata ma, negli ultimi anni, mai realmente materializzatasi.

La storia della tregua olimpica affonda le radici nella Grecia del 776 a.C., quando il re Ifito di Elide, insieme ai sovrani Licurgo di Sparta e Cleostene di Pisa, siglò il patto sacro noto come ekecheiria. Un accordo che imponeva la sospensione delle ostilità per permettere lo svolgimento dei Giochi.

Nel 1994 le Nazioni Unite hanno formalmente rilanciato l’idea, trasformandola in una risoluzione da rinnovare periodicamente. Ma si tratta di una formula priva di conseguenze reali: nessuna sanzione, nessun obbligo, solo una raccomandazione morale. I numeri dimostrano quanto sia fragile questa costruzione simbolica. Durante le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, secondo i dati del Comitato Olimpico Internazionale, 165 Paesi su 193 hanno votato a favore della tregua. A Parigi 2024 erano stati 177, a Pechino 2022 ben 173, mentre Tokyo 2020 aveva raggiunto il picco di 186 voti favorevoli.

Eppure, proprio quando Tokyo ospitava i Giochi nel 2021, il mondo era lontanissimo dalla pace. Pochi mesi prima, la giunta militare in Myanmar aveva rovesciato il governo civile di Aung San Suu Kyi, scatenando repressioni e violenze. Il nuotatore Yu Mon Maung rinunciò alla partecipazione olimpica, denunciando pubblicamente il regime militare.

Tra oltre cinquanta conflitti attivi documentati da ACLED, la violazione più clamorosa della tregua si consumò a Pechino 2022. Il 24 febbraio 2022 la Russia invase l’Ucraina. Il Comitato Olimpico Internazionale fu costretto a condannare ufficialmente Mosca per la violazione della tregua olimpica. Ma mentre la condanna verso la Russia era netta, rimase quasi silenziosa la questione della repressione contro la minoranza musulmana uigura in Cina, denunciata da tempo da organizzazioni internazionali e dal World Uyghur Congress.

Se Pechino ha incarnato l’ipocrisia, Parigi 2024 ne ha mostrato l’evoluzione. Durante quei Giochi, il conflitto russo-ucraino proseguiva e la guerra tra Israele e Hamas devastava Gaza. Il Comitato Olimpico Internazionale adottò una linea durissima contro la Russia, escludendone gli atleti, ammessi solo come neutrali. Parallelamente, nessun provvedimento significativo fu assunto nei confronti di Israele, mentre le operazioni militari a Gaza continuavano. La tregua olimpica si trasformava così in uno strumento di applicazione selettiva, più vicino agli equilibri geopolitici che agli ideali sportivi.

Oggi, nel febbraio 2026, mentre gli atleti si riuniscono nelle Alpi italiane, il quadro globale resta segnato da conflitti aperti: l’Ucraina continua a combattere, Gaza resta devastata e nuove tensioni emergono in diverse aree del pianeta. La Carta Olimpica richiama l’obiettivo di promuovere una società pacifica e rispettosa della dignità umana, ma la realtà internazionale racconta tutt’altro.

La guerra rimane una componente strutturale delle relazioni tra Stati. La tregua olimpica non è fallita: semplicemente non ha mai avuto una reale possibilità di funzionare nel sistema geopolitico contemporaneo. Nell’antica Grecia rappresentava un’eccezione limitata tra città-stato con interessi circoscritti. Oggi, in un mondo dominato da potenze nucleari e da interessi globali interconnessi, appare come un mito romantico e irrealizzabile.

Il Comitato Olimpico Internazionale potrebbe tentare di trasformare questa finzione in una norma concreta, escludendo le nazioni coinvolte in conflitti armati o introducendo sanzioni reali. Ma farlo significherebbe sfidare gli equilibri politici ed economici che sostengono il movimento olimpico.

Le Olimpiadi del 2020, 2022, 2024 e ora 2026 sono state presentate come simboli di unità globale, ma hanno costantemente rivelato divisioni profonde. Le tensioni interne, gli scontri e le polemiche culturali dimostrano che i Giochi stanno diventando persino catalizzatori di conflitti domestici.

Gli stadi olimpici possono offrire spettacolo e retorica, ma non riescono più a nascondere la realtà oltre le loro mura. Una realtà fatta di guerre che non si fermano, nemmeno davanti alla tradizione sportiva più celebrata. Ammettiamolo senza retorica: l’ideale della tregua olimpica, oggi, è diventato un mito ipocrita.

 

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