Anno: XXVIII - Numero 26    
Venerdì 6 Febbraio 2026 ore 14:20
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Il tempo degli Sciamani. Addio politica, la campagna referendaria si gioca nella tribù

Non si era mai vista una contesa tanto deprimente: votare No per battere i fascisti, votare Sì per mettere in riga i magistrati. Da Meloni a Schlein, da Bettini a Nordio: a sinistra e a destra trionfano i repertori più usurati.

Il tempo degli Sciamani. Addio politica, la campagna referendaria si gioca nella tribù

Una sequenza di due immagini, due sole ma illustrano nitidamente la “qualità” di una campagna elettorale referendaria, che sta diventando la più rozza nella storia della Repubblica: giocata da entrambi i fronti sul terreno puramente emotivo. Il primo frammento risale al 3 febbraio: il Pd posta sul suo profilo Instagram un video nel quale si vedono le immagini di un’adunata fascista, una immagine interpretata dall’apposita didascalia: chi vota Sì al referendum per la separazione delle carriere vota come CasaPound. Il messaggio è implicito: chi vota Sì è un po’ fascista. O comunque vota come i fascisti. Un messaggio primitivo. Istintuale. Diretto alle viscere. Nel solco della scelta fatta dal Pd per la campagna referendaria: trasformarla in un plebiscito su Giorgia Meloni. In altre parole, le norme sottoposte a referendum non contano, l’unica cosa che conta è dare una legnata politica alla presidente del Consiglio.

Poche ore dopo sulla Rete approda la seconda immagine: stavolta è postata da Fratelli d’Italia e la scritta dice tutto: “Domiciliari per presunto aggressore agente. Hanno liberato chi ha combinato questo”. Foto dell’assalto di Torino e in basso “Sì”. Qualche ora dopo anche Forza Italia rilancia un meme dello stesso tenore. Anche in questo caso non si va per il sottile, ma si avanza per allusioni trancianti: il magistrato è incapace, in qualche modo “complice”, chi se ne importa del codice di procedura penale e delle prove raccolte e dei vincoli imposti alla carcerazione preventiva. Quel che conta è il messaggio: vota Sì al referendum.

sta il punto: una volta che le opposizioni hanno scelto freddamente di ignorare il merito del quesito referendario, il centro-destra sta accettando lo scontro sul piano puramente emotivo e si prepara a fare una campagna referendaria tutta sugli “errori” dei magistrati. Non tanto e non solo sugli errori giudiziari, ma su quelli quotidiani, politici in senso lato. Sostanzialmente una campagna di delegittimazione di un “potere” dello Stato, ma che potrebbe finire per demotivare una parte degli elettori di centro-sinistra che ancora oggi sarebbero disposti a votare Sì. La sorpresa è che a rompere gli indugi è Giorgia Meloni: nelle ultime ore ha lanciato un anatema contro i magistrati di Torino, “colpevoli” delle scarcerazioni: “Sono abbastanza indignata – ha detto Meloni – Ma purtroppo non mi stupisce il doppiopesismo di certa magistratura».

Dunque, il centro-destra è cascato nel trabocchetto? Anche il governo è pronto a politicizzare i referendum, dimenticando che nelle elezioni del 2022, gli elettori che votarono centro-destra erano molti meno degli altri, pur divisi come partiti? Certo, i referendum costituzionali si vincono con un voto in più degli avversari, e dunque tutta la partita ruota attorno alla capacità di ogni schieramento di motivare e portare ai seggi il maggior numero di elettori. Ma sin dall’inizio il centro-destra avrebbe dovuto sapere che svegliare i “propri” elettori, per poterli sommare ad una parte di quelli del centro-sinistra, non era un’operazione semplice, ma invece un’operazione di rammendo politico-elettorale che richiede una certa sapienza. Un dosaggio abile. Un gioco di freno e acceleratore.

Per il momento i sondaggi dimostrano che l’operazione-plebiscito impostata dalle opposizioni sta funzionando, il No è in recupero, una parte degli elettori di centro-sinistra sta rispondendo al richiamo della foresta. Il centro-destra invece non ha trovato la misura giusta per mixare i due elettorati e, finito in una terra di nessuno, sta accettando la sfida sul piano viscerale. Ma una imminente, ulteriore marcata politicizzazione a destra contribuirà a mettere in fuga una parte di quegli elettori di centro-sinistra disponibili al Sì. Con un bivio in più: se Meloni, per alzare l’attenzione dei “suoi” elettori, decidesse di partecipare ancora più direttamente e intensamente alla campagna, da una parte contribuirebbe (di nuovo) a demotivare gli elettori non “suoi”, dall’altra metterebbe la faccia su una possibile sconfitta. Che fare? È uno degli enigmi più complicati che sia capitato a Giorgia Meloni in questi tre anni e in queste ore il dilemma sembra stia per essere superato.

E mentre i leader si misurano la palla, decolla la campagna elettorale più primitiva nella storia della Repubblica, a parte quella del 1948. Allora la partita strategica era clamorosa, ma quella battaglia fu giocata anche con le armi sporche delle emozioni: Dio ti vede, Stalin no; le Madonne pellegrine; le omelie; i microfoni di Dio.

Da allora si sono susseguite tante campagne elettorali, in un impasto di politica ed emotività che è stato via via proposto in diverse dosi, mentre stavolta gli ingredienti sono impazziti. Le norme sottoposte a referendum sono quasi uscite di scena dal dibattito politico, o meglio, sono rimaste appannaggio dei giuristi che oramai hanno estratto con sufficiente chiarezza i punti deboli di entrambi gli schieramenti. Grosso modo due: nessuno è stato in grado di dimostrare i pieni poteri che le opposizioni attribuiscono al governo in caso di riforma e al tempo stesso nessuno è in grado di controbattere al pericolo denunciato – per esempio da Luciano Violante – sull’effetto-paradosso prodotto dal Csm per i soli pm: rafforzare, anziché “parificare”, la pubblica accusa.

E dunque si procede con una campagna elettorale quasi eviscerata dal merito. Una campagna esemplare, perché è lo specchio di una stagione nella quale comanda lo spirito della tribù. Lo sciamano dice che da quelle nuvole nere non pioverà e tutti lo seguono anche se sanno che non è vero.

Una brutta campagna referendaria, con tanti episodi spiazzanti. Bastano le pietre miliari. La prima l’ha fissata il procuratore Nicola Gratteri che in diretta tv ha letto una dichiarazione di Giovanni Falcone favorevole alla separazione delle carriere. Era un falso. Il Procuratore non ha sentito l’urgenza di fare pubblica contrizione: ha attribuito la responsabilità ad un giornalista che gli aveva trasmesso il sonoro e non a sé stesso che, per professione, è chiamato a vagliare con molta cura le fonti.

Un altro momento che segna il passaggio d’epoca è stata l’intervista con la quale Goffredo Bettini, intelligente e ascoltato consigliere di tutti i segretari Pds, Ds e Pd, ha ricordato di essere favorevole alla separazione delle carriere, ma poiché la partita si è fatta tutta politica, lui voterà No. Un ribaltamento della logica tutta-merito di ogni referendum. Da par suo il Guardasigilli, massimo teorico del carattere politicamente asettico della sua riforma, ha dichiarato: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”.

Certo, i numeri dei sondaggi nelle ultime ore sono tornati a ballare e nei prossimi giorni uno dei pochi istituti credibili ne pubblicherà uno di nuovo diverso rispetto a quelli che davano il No in rimonta irresistibile. Per ora l’unica certezza riguarda il passo col quale i due schieramenti hanno affrontato la campagna referendaria. Hanno attinto alla parte più usurata del proprio repertorio: a sinistra il settarismo, a destra il giustizialismo.

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