Violenza politica, ambiguità dell’opposizione e sicurezza ostaggio della propaganda
Tra accuse incrociate e silenzi imbarazzati, il dibattito sulla sicurezza rivela contraddizioni profonde e responsabilità politiche evidenti.
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Il Parlamento è stato teatro dell’ennesimo scontro sulla gestione dell’ordine pubblico, ma il punto politico resta uno solo: la difficoltà, da parte di una fetta dell’opposizione, di prendere nettamente le distanze da gruppi che fanno della violenza uno strumento di azione politica. Sarebbe auspicabile una presa di responsabilità chiara, persino accompagnata da scuse verso il Paese per certe ambiguità. Non accadrà, probabilmente, ma la parte non schierata dell’opinione pubblica sembra aver già maturato un giudizio.
Colpisce, semmai, la contraddizione che emerge da alcuni interventi parlamentari. Nella replica al ministro dell’Interno, un’esponente del Partito Democratico ha accusato il governo di non aver adeguatamente considerato gli allarmi dei servizi sugli infiltrati violenti. Un’accusa legittima nel confronto politico, ma che si presta a un paradosso evidente: se l’esecutivo avesse limitato o impedito la manifestazione sulla base di quegli stessi allarmi, le stesse forze politiche avrebbero con ogni probabilità denunciato una deriva autoritaria.
Secondo le opposizioni, il compito del ministro dovrebbe essere quello di garantire la sicurezza di tutti i cittadini e tutelare il diritto inviolabile di manifestare il proprio pensiero. Un principio che nessuno mette in discussione e che rappresenta il fondamento stesso della democrazia. Tuttavia, proprio questo equilibrio impone di riconoscere che la libertà di manifestazione non può trasformarsi in tolleranza verso frange organizzate che utilizzano la violenza come linguaggio politico. Gruppi di questo tipo, indipendentemente dalla matrice ideologica, pongono un problema serio di ordine democratico e dovrebbero essere affrontati con strumenti adeguati alla loro pericolosità.
Il dibattito parlamentare ha mostrato anche un altro elemento significativo: mentre alcune voci hanno denunciato il rischio di propaganda governativa, altre hanno ricordato come la violenza di piazza non possa diventare un alibi per nessuno. In Italia, come è stato sottolineato, il diritto alla protesta è garantito e le forze dell’ordine sono chiamate a proteggerlo, non a limitarlo. Ma la libertà di manifestare presuppone responsabilità collettiva e rifiuto esplicito di ogni forma di intimidazione, inclusa quella rivolta a giornalisti e operatori dell’informazione.
Resta inoltre aperta la questione del rapporto storico, mai del tutto risolto, tra alcune aree della sinistra radicale e i movimenti che giustificano o minimizzano l’uso della violenza. Un tema delicato, che affonda le radici in pagine drammatiche della storia italiana e che richiederebbe maggiore chiarezza politica e culturale.
Nel frattempo, il confronto dovrebbe spostarsi su proposte concrete: rafforzare gli organici e le retribuzioni delle forze dell’ordine, garantire adeguata tutela legale agli agenti, intervenire su reati diffusi come scippi e borseggi, potenziare i patti per la sicurezza integrata con gli enti locali. Sono misure che meritano un confronto serio, lontano dalle contrapposizioni ideologiche.
La sicurezza, infatti, non può diventare terreno di propaganda permanente. È una responsabilità condivisa che richiede coraggio politico, coerenza e capacità di distinguere senza ambiguità tra diritto di protesta e violenza organizzata. Solo così il dibattito pubblico potrà recuperare credibilità e restituire ai cittadini la fiducia nelle istituzioni democratiche.
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