Pd e M5S: corsa al No, ma se Schlein rischia il posto Conte può dormire tranquillo Il Nazareno spinge la campagna contro la riforma ma teme l’effetto boomerang.
L’ex premier meno cauto: non deve rendere conto a nessuno.
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Pd e M5S: corsa al No, ma se Schlein rischia il posto Conte può dormire tranquillo
Il Nazareno spinge la campagna contro la riforma ma teme l’effetto boomerang. L’ex premier meno cauto: non deve rendere conto a nessuno
Mi si nota di più se vado o non vado? Non sarebbe certo la prima volta che dalle parti del Pd si scomoda Nanni Moretti e il suo Ecce Bombo quando c’è da decidere una strategia elettorale, ma in vista del referendum sulla giustizia il dilemma dalle parti del Nazareno sembra essere più arduo che mai.
Perché da un lato la segretaria dem Elly Schlein continua a dire di lavorare «pancia a terra» per sostenere il No, perché «questa riforma non serve a migliorare la giustizia, ma a indebolirne l’autonomia, alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato disegnato dalla Costituzione» (copyright Debora Serracchiani, responsabile Giustizia Pd), dall’altra non solo Schlein deve fare i conti con una buona fetta di elettorato pronto a votare Sì (circa uno su quattro, secondo un sondaggio Noto) ma anche con la richiesta di passo indietro nei confronti di Meloni in caso di sconfitta, che implica per effetto uguale e contrario le dimissioni della stessa segretaria dem in caso di vittoria del Sì.
E così Schlein dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Da un lato utilizza influencer e personalità in vista in prima fila contro la riforma, dai video di Barbero e Pif ripostati dai canali social dem alla condivisione del punto di vista di Gianrico Carofiglio, secondo il quale figure del calibro di Augusto Barbera e Cesare Salvi non sarebbero «di sinistra». Fino alla ricondivisione del video del filoputiniano prof Angelo D’Orsi, poi cancellato pochi minuti dopo perché, forse, al Nazareno qualcuno ha pensato che a tutto c’è un limite.
Dall’altro lato però Schlein dà mandato di far arrivare nei circoli locali volantini a favore del No, con tanto di frasi simbolo di Meloni, Nordio e Delmastro per giustificare la presunta volontà di sottomettere la magistratura al potere esecutivo, e prepara una campagna di manifesti che si opponga a quella di FdI e Lega, che stanno già tappezzando le grandi città dei classici 6×3.
In mezzo c’è la variante M5S, con il leader Giuseppe Conte in una posizione per certi versi simile a quella della sua omologa dem, ma con un vantaggio. Anche l’ex presidente del Consiglio si trova infatti a dover fare i conti con un elettorato che ancor più rispetto a quello dem è pronto a votare Sì (più di un elettore pentastellato su tre, in base al sondaggio sopracitato), ma a differenza di Schlein nessuno nel suo partito gli chiederà conto di un’eventuale sconfitta, da imputare alla solita casta e alla presunta deriva autoritaria del governo.
Dalle parti del Pd è l’esatto contrario, con la minoranza riformista che non solo ha in parte pubblicamente annunciato il proprio Sì (con coloro che hanno dichiarato il No pronti a sostenere la riforma nel segreto delle urne, secondo le malelingue), ma che in caso di sconfitta del No è pronta a chiedere un passo indietro della segretaria, rea di aver portato il partito lontano dallo spirito garantista con il quale era stato fondato. Per questo la maggioranza fedele a Schlein punta tutto sul No temendo di finire dalla padella alla brace in caso di sconfitta.
«Da mesi la destra ripete due falsi miti sulla separazione delle carriere. Lo fa per rendere accettabile una riforma che, nei fatti, non risponde a problemi reali della giustizia – ha scritto ieri Serracchiani – Il primo mito: che sia necessario modificare la Costituzione per completare la riforma Vassalli, che aveva introdotto il rito accusatorio prevedendo la separazione delle carriere. Peccato che Vassalli non avrebbe mai voluto toccare la Costituzione. Il suo impianto si fondava su interventi di legge ordinaria, non su una revisione costituzionale. Il secondo: che l’imparzialità dei giudici sarebbe compromessa da una presunta “amicizia” con i pubblici ministeri». Secondo la responsabile Giustizia dem «i fatti smontano totalmente questi falsi miti e mostrano il vero problema: questa riforma non serve a migliorare la giustizia, ma a indebolirne l’autonomia, alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato disegnato dalla Costituzione».
Sulla stessa linea il deputato e capogruppo Pd in Commissione Giustizia, Federico Gianassi. «Autonomia e indipendenza della magistratura sono un pilastro irrinunciabile della nostra Costituzione, un pilastro fondamentale della democrazia – ha detto ieri – Come Pd lo ribadiamo con grande passione, oggi nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ci schieriamo convintamente contro la riforma costituzionale e al Referendum votiamo No».
Chi non ha problemi con il proprio elettorato è invece Avs, compattamente schierato per il No. «Il vero obiettivo del governo Meloni è quello di frammentare, dividere la magistratura, sottoporla al potere politico, non certo quello di avere una giustizia più veloce, più giusta e più accessibile», la posizione del capogruppo di Avs al Senato Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama.
Giacomo Puletti su Il Dubbio
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