A campo largo campo largo e mezzo. La destra tra transfughi e profughi
Dopo tre anni compatti e granitici anche nella maggioranza emergono crepe e falsi movimenti.
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A muovere spinte centrifughe il generale Vannacci che ha depositato il logo di un nuovo partito. Tra gli aspiranti entranti Carlo Calenda, ma con grande cautela
Strano ma vero. Anche la destra cerca il suo campo largo. L’ossessione dell’opposizione si diffonde nella maggioranza, che con un occhio mira al 2027 e con l’altro rifugge la trave ficcata da Vannacci. Diventano appetibili i popolari, i moderati e quei pezzi della società civile oggi smarriti. Stratagemmi di una coalizione compatta che si riscopre fragile. C’erano Franceschini, Calenda e Tajani (in solo video). Non è l’inizio di una barzelletta, ma nemmeno di un amarcord. Al Senato va in scena un convegno sui popolari italiani by Giorgio Merlo. In prima fila spuntano anche i tajanei Raffaele Nevi e Maurizio Gasparri. Presenze che anticipano qualcosa di questo fine di legislatura. Come a sinistra si cerca disperatamente di ampliare il campo, proiettandosi dall’estremo al centro, anche la destra sta facendo sua l’ossessione per l’allargamento. Anche col rischio di scombinare le geometrie di una coalizione che per tre anni è stata una solida tetrarchia (compreso il più piccolo partito di Maurizio Lupi).
“Calenda? Piano, piano. Tutto gradualmente”. Filosofeggia Alessandro Sorte, che per Forza Italia è coordinatore in Lombardia. Alla Camera c’è un certo friccicore. Incontri tra i corridoi, bilaterali strappati davanti a una sigaretta. Azionisti e forzisti, che si piacciono, ma senza esagerare. A un Tajani che parla di “rose” che forse “fioriranno”, sbotta un Richetti che esclude l’ingresso nella “armata brancaleone” del centrodestra. “Esagitati”, smorza Rosato. I corteggiamenti tra FI e Azione procedono spediti sul binario di Milano. Un sindaco insieme? “Perché no”, spiega chi conosce la città ed è stufo della “sinistra che ci prende a schiaffi”. Concessioni che, se in porto, rimescolarebbero le carte “anche su scala nazionale”. Gli azzurri ci vanno con i piedi di piombo. “È presto”, ma col tempo potrebbero aprirsi opportunità. “L’obiettivo è ricostruire il centro”, ragiona Letizia Moratti, che immagina una replica del “Partito Popolare Europeo”. Voilà. Un’idea che piace – oltre che a Marina Berlusconi, sempre alla ricerca di aperture verso il campo moderato per dar respiro alla creatura del padre – anche a Giorgia Meloni. Il fido Donzelli tratta con tutti sulla legge elettorale. E proprio Rosato combatte per tenere al 3% la soglia di sbarramento.
“Rimarremo dove ci hanno messo gli elettori”, si difendono dal partito centrista. Le distanze sono ancora lunghe. E i paletti alti: “No putiniani, no anti-Ue”, tuonava Calenda dal palco del Teatro Manzoni a Milano. Ecco l’altro bubbone, pronto a scoppiare infestando la maggioranza. Chi più del generale Vannacci può iscriversi a questo fronte dileggiato dai calendiani? Ebbene, il generalissimo si muove, non sta mai fermo. Deposita il logo di un nuovo partito – Futuro Nazionale, tricolore sul blu scuro, con tanto di font nostalgico – e apre una ferita mai chiusa nella Lega.
Dal nord a Roma, corre violenta la bile che monta nel Carroccio. “Sapevamo sarebbe successo fin dal primo giorno”, critica il fronte dei nordisti, governatori in pole. Che avvertono da mesi Salvini: “Vannacci esce, Matteo caccialo prima tu”. È sbagliato dire che Luca Zaia, il Doge ridimensionato (almeno per ora, in vista di Venezia e delle politiche), chiami il segretario per implorare l’espulsione. Proprio perché a Zaia non servono call: l’ex presidente veneto glielo dice in faccia, anche durante quei federali in cui Salvini presiede e Vannacci latita.
Da buon obiettore di coscienza, Zaia si fa portavoce di un malumore condiviso nel partito. Un feeling scartato solo dai fedelissimi di Salvini. L’altro vice, Claudio Durigon, esce dalla buvette con la smorfia di chi si aspetta la domanda: “Vogliamo parlare della pioggia? Vabbè, su Vannacci state scrivendo di tutto. L’unica cosa vera è che lui è una grande risorsa per la Lega e la Lega è una grande risorsa per lui”. Un gruppetto di parlamentari scuote la testa in segno di approvazione. Dispersa la truppa suona il cellulare, gli anti-vannacci smentiscono la difesa del colonnello salviniano: “Un arrogante che fa il suo campionato, ci fa perdere voti ormai”.
La mossa del generale, che nega senza batter ciglio, spaventa la destra. Salvini lo vedrà nel weekend, alcuni leghisti attraversano il Transatlantico senza spilla (da Rossano Sasso furente per l’invito di Francesca Pascale all’ormai vannacciano Edoardo Ziello), in Veneto chiedono l’espulsione il “prima possibile, non facciamolo riorganizzare”. Questa volta “anche per Matteo la sintesi è difficile”. La meteora vannacciana rischia di far zompare equilibri storici a destra. I meloniani abbozzano. Nei centri studi del partito si analizza l’uscita del generale: “Se fai male alla coalizione, il popolo di destra ti punisce, non è come a sinistra da noi”. A via della Scrofa pero l’exit vannacciana è temuta. Per Noto sondaggi vale tra il 2,5% e il 5%. Numeri sufficienti a mettere in crisi una coalizione fino ad ora solida. Farebbe gioco allora la stampella calendiana, sempre che si presti.
Per questo a destra ragionano sul campo largo e sull’introduzione di un proporzionale con ricco premio di maggioranza. E per questo, guarda un po’, la strategia più in voga in FdI è quella di un allargamento: non a destra, ma alla società civile. Ettore Prandini, capo della Coldiretti, in odore di candidatura in Lombardia, è un buon esempio. I movimenti di queste settimane finiscono sui bloc notes. Rumors, esagerazioni, smentite a raffica che tradiscono una prospettiva più faticosa del previsto. La maggioranza che a lungo ha sì bisticciato sulle banche, i diritti, i militari, ma ha che ha anche tenuto duro per oltre tre anni, ora si muove. A caccia di alleati inattesi, contro nemici che si moltiplicano.
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