Anno: XXVIII - Numero 14    
Venerdì 23 Gennaio 2026 ore 13:30
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In Vaticano, nasce l’Ufficio del lavoro: lavoriamo perché mai i diritti dei dipendenti siano violati

Monsignor Marco Sprizzi illustra nel dettaglio l’azione dell'ULSA, l'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, di cui è presidente.

In Vaticano, nasce l’Ufficio del lavoro: lavoriamo perché mai i diritti dei dipendenti siano violati

E commenta il recente sondaggio condotto dall’Associazione dipendenti laici vaticani in cui si denunciano malcontento e comportamenti inadeguati: “Non mi sembra che il malcontento sia generalizzato. Le porte dell’Ufficio sono sempre aperte, la Santa Sede non può tollerare al suo interno situazioni di iniquità o ingiustizia”. Mobbing: “Non sono a conoscenza di casi”

Dialogo, ascolto, collaborazione, invece che conflitto, competizione e rivendicazione. Sono le piste dell’azione portata avanti dall’ULSA, l’Ufficio del lavoro della Sede Apostolica, nel suo rapporto con i dipendenti vaticani e con gli altri Enti e Dicasteri della Santa Sede. Un Ufficio dalle “porte sempre aperte”, come afferma il presidente monsignor Marco Sprizzi, che commenta e offre chiarimenti anche sul recente sondaggio dell’ADLV (Associazione dipendenti laici vaticani) in cui circa 250 su oltre 6 mila dipendenti – inclusi anche i pensionati – denunciano situazioni di malessere, ingiustizie e sfiducia all’interno della comunità di lavoro del Vaticano.

Il Papa ha approvato lo scorso dicembre il nuovo Statuto dell’ULSA in cui si può leggere la particolare attenzione del Pontefice per il mondo del lavoro. Cosa significa questo nuovo Statuto per chi lavora oggi in Vaticano e quale cambiamento ha portato finora?

Senz’altro è un segno della grande attenzione del Santo Padre per l’applicazione della Dottrina Sociale della Chiesa all’interno della Santa Sede e nei riguardi di tutti i dipendenti della Curia romana, degli Enti collegati, del Governatorato vaticano e del Vicariato di Roma. I cambiamenti apportati sono importanti, non elencherei tutto ma vorrei sottolineare che è stata ulteriormente rafforzata la rappresentatività e la missione di unità e di promozione dell’Ufficio del Lavoro, secondo la visione di Giovanni Paolo II e dei Pontefici successivi. Unità che significa remare tutti nella stessa direzione, sentirci corresponsabili e compartecipi della missione della Santa Sede, il che non significa in alcun modo diminuire le tutele dei lavoratori, ma promuoverle e perseguirle in uno spirito di dialogo e fiducia reciproca.

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Un recente sondaggio condotto dall’ADLV rivela un clima di insoddisfazione e segnalazioni di comportamenti inadeguati nei luoghi di lavoro del Vaticano. Come commenta questo?

Ho preso atto anche io del sondaggio. Tecnicamente è un sondaggio condotto su un campione molto piccolo, perché riguarda meno del 5% dei dipendenti. In ogni caso noi prendiamo sul serio tutte le voci, fosse anche la voce di un solo dipendente che lamenti una situazione di poca attenzione, poco dialogo, poco rispetto delle norme. Le porte dell’Ufficio del lavoro sono sempre aperte, perché siamo, come ha detto Giovanni Paolo II, una struttura di dialogo e quindi in ascolto di tutti. Lavoriamo affinché non ci siano situazioni in cui i diritti dei dipendenti vengano in alcun modo disattesi o tantomeno violati, e nello stesso tempo ci impegniamo molto nella formazione per promuovere la consapevolezza della partecipazione all’unica missione e al miglioramento delle competenze. Quindi guardiamo al sondaggio con serietà e rispetto. Con l’ADLV abbiamo – lo dicono loro stessi – dialoghi costruttivi e frequenti e prendiamo sul serio tutte le segnalazioni. Il nostro compito è di approfondirle e vagliarle alla luce del diritto e della Dottrina sociale della Chiesa e di innestarle nel dialogo con le amministrazioni interessate, anche attraverso la creazione di tavoli tecnici e commissioni ad hoc, in modo da verificare piste di soluzione nell’interesse di tutti: dei dipendenti ma anche della Santa Sede che non può accettare di avere al proprio interno situazioni di iniquità o di ingiustizia. Perciò accogliamo questi risultati e vogliamo verificarli sul piano dei singoli casi concreti e del miglioramento delle normative. Prendiamo sul serio questa missione che interpella la nostra coscienza di cristiani di sacerdoti. Questo l’ADLV lo sa bene.

Il 71% degli intervistati ha indicato l’ADLV come interlocutore in caso di problemi sul lavoro, rispetto al 10% che si rivolgerebbe all’ULSA. È un dato reale?

Accogliamo quotidianamente decine di casi, i dipendenti si rivolgono a noi costantemente e così fanno le amministrazioni. Grazie a Dio non ci manca il lavoro. Leggo nella dichiarazione dell’Associazione che circa l’80% di coloro che hanno risposto al sondaggio è iscritto all’ADLV, mentre solo il 71% di questi si rivolgerebbe alla stessa ADLV, quindi in realtà neanche tutti gli iscritti si rivolgerebbero anzitutto alla propria Associazione… Ma non ci poniamo in una prospettiva di competizione, l’ADLV svolge un ruolo importante e costruttivo e noi lo incentiviamo, lo promuoviamo, e ringraziamo l’Associazione per quello che fa. Noi continueremo ad accogliere e sostenere tutte le esigenze, istanze, richieste, alla luce delle norme e della Dottrina sociale, se ritenute congrue e rispondenti ad esigenze di giustizia. Vorrei aggiungere che i capi Dicastero, i responsabili del Governatorato e tutti quelli a cui noi presentiamo queste istanze, sono sensibili e aperti al dialogo. Abbiamo fatto anche tavoli tecnici in cui sono stati messi insieme i vertici del Dicastero interessato con i rappresentanti dell’ADLV qui presso la nostra sede e con la nostra mediazione. E continueremo su questa via del dialogo e della ricerca comune delle soluzioni possibili e giuste.

Bisogna andare avanti su questa strada. La strada della contrapposizione e del conflitto è esclusa dalla visione dei Papi e dall’impostazione missionaria della Santa Sede. Chi lavora in Santa Sede sposa una missione: non c’è spazio per il conflitto, ma siamo come un’orchestra in cui ogni strumento deve suonare secondo le proprie specificità. La voce dei dipendenti può e deve concorrere alla composizione di una musica, un’armonia, in cui le loro istanze trovano ascolto rispettoso e risposta. Questa è la nostra missione quotidiana. Anche se con modalità a volte diverse, vedo da parte di tutti attenzione per dare risposte. Poi, è anche vero che chi detiene il controllo dei conti e verifica le esigenze di sostenibilità economica talvolta dà risposte che possono rallentare il cammino delle soluzioni. Fa parte delle regole del gioco che chi sorveglia i conti ponga a volte dei “paletti”. Questo però non ci deve bloccare, ma stimolare a trovare soluzioni creative anche per il reperimento dei fondi.

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Da cosa nasce allora il malcontento di cui si parla nel sondaggio?

Non credo dalla esperienza fatta nei numerosi incontri con i dipendenti, che si tratti di un malcontento generalizzato. Credo che il sentimento più diffuso sia piuttosto positivo. Non dimentichiamo che mentre nel mondo intero e in Italia, sia in ambienti pubblici che in quelli privati, quando è scoppiata la pandemia di Covid-19 tanti hanno perso il lavoro, nella Santa Sede, pur raschiando il fondo del barile, nessuno è stato licenziato e nessuno ha visto diminuito il proprio salario. Questo i dipendenti lo sanno e sentono la gratitudine anzitutto a Papa Francesco che si è impegnato perché la pandemia, che ha fortemente ridimensionato le disponibilità economiche della Santa Sede, non ricadesse su di loro. Ma ci sono anche tante altre piccole cose di ogni giorno: l’asilo nido, il centro estivo, la riapertura dell’Annona, i recenti rescritti di Leone XIV su una vera accessibilità dei disabili nella comunità di lavoro, l’attenzione alle pensioni (nonostante le risorse non sono a volte così floride), il rafforzamento del sistema sanitario praticamente gratuito. Tante cose, insomma, per cui molti vogliono lavorare in Vaticano, perché si percepisce che il trattamento è buono. Non credo, quindi, che in generale ci sia malcontento, ma prendiamo atto che ci sono cose che vanno assolutamente attenzionate e migliorate, ad esempio nell’adeguamento dei livelli retributivi alle mansioni che si svolgono. In alcuni casi, anche per situazioni pregresse o per il blocco delle risorse oppure per non far perdere il lavoro a nessuno, non ci sono stati gli adeguamenti necessari. Su questo si sta lavorando per rendere giustizia a chi ne ha diritto.

Si fa cenno anche al mobbing…

Personalmente non sono a conoscenza di nessun caso di mobbing. Ci sono certamente le forme di tutela previste dalla legge per denunciare e ricorrere contro provvedimenti lesivi dei diritti. Se ci sono casi di mobbing o di abusi certamente vanno segnalati, perché le esigenze della giustizia di carattere morale nel mondo del lavoro sono prioritarie sin dalla Rerum Novarum di Leone XIII. Una cosa sono, però, le voci e una cosa è l’accertamento della verità. Certamente se ci fossero casi di abusi anche inferiori al vero e proprio mobbing, il primo sarebbe il Santo Padre ad intervenire, perché ciò non avvenga, non può e non deve avvenire.

Nello stesso sondaggio si evidenziano comunque alcuni segnali positivi come l’apertura di un percorso condiviso di dialogo…

È quello che accennavo poc’anzi. Siamo stimolati dai Papi a promuovere lo spirito di comunità, di unità, lo spirito che oggi diremmo di “sinodalità” all’interno della Chiesa tutta e in particolare della Sede Apostolica. Ci impegniamo nei limiti del possibile ad aumentare sempre di più il dialogo con i dipendenti, singoli e associati, e con tutti gli enti che impiegano risorse, e anche a fare da ponte perché questo dialogo tra lavoratori e amministrazioni sia sempre più costruttivo, sereno, impostato alla luce del Vangelo e del Magistero sociale della Chiesa, in spirito di comunione ecclesiale e nel rispetto dei diritti dei lavoratori.

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

 

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