L'antisemitismo divide il Pd. Riformisti contro Schlein (con grande risentimento)
Cinque senatori non firmano il testo di Giorgis voluto dalla segreteria: "Fuori tempo massimo e non specifico". Delrio non ritira il suo. Si tenterà la strada degli emendamenti comuni al testo base leghista (che prevede la possibilità di vietare i cortei). Ma la strada è in salita.
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Due posizioni inconciliabili. E nervi tesi. L’assemblea dei senatori del Partito democratico sul disegno di legge sull’antisemitismo è finita con “confronto franco”, vari momenti di nervosismo tutt’altro che celato. E una spaccatura non sanata. Probabilmente non sanabile in futuro. Dopo giorni di rinvii, tribolazioni sul provvedimento presentato da Graziano Delrio e sconfessato platealmente dalla segreteria, Andrea Giorgis, senatore Pd e costituzionalista vicino a Elly Schlein ha presentato il suo testo. Che avrebbe dovuto essere il testo di tutto il partito. E che, però, non ha accontentato tutti. Non ha accontentato soprattutto i riformisti: cinque di loro – lo stesso Delrio, Walter Verini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi e Sandra Zampa – non hanno firmato la proposta. “Il testo – osservano dall’area dei riformisti – è stato presentato fuori tempo massimo e ha la parola antisemitismo solo nel titolo”. A rendere inconciliabili le posizioni delle due anime del Pd sono due elementi. A illustrarli, nel corso della lunga assemblea dei senatori, è stato lo stesso Delrio, che ha definito “incomprimibile” la necessità di una legge specifica sull’antisemitismo. E, di conseguenza, di un ddl che contenga anche una definizione di antisemitismo stesso.
Il ddl Giorgis, invece, punta a contrastare l’antisemitismo ma anche “gli altri atti ed espressioni di odio e di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa”. Una formulazione adottata per “non fare il gioco della destra”, dice chi la condivide. Ma troppo vasta, secondo i riformisti. Come anticipato, sparisce il rinvio – presente nel testo di Delrio – alla definizione di antisemitismo dell’alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto che, secondo gran parte dei senatori Pd rischia di compromettere anche il diritto di critica nei confronti di Israele. “Ma non viene scelta alcuna definizione, neanche quella della Dichiarazione di Gerusalemme”, osservano i critici.
E così, mentre tutti i partiti (Avs esclusa) hanno presentato un’unica proposta di legge sull’antisemitismo, il Pd ne avrà due. Perché Delrio il suo testo non lo ritira. Dopo ore di discussione è stato strappato l’unico compromesso possibile: provare a fare emendamenti comuni al testo base della legge sull’antisemitismo, che sarà scelto il 27 gennaio. La discussione, ci dicono più fonti, partirà dal disegno di legge della Lega, a prima firma Massimiliano Romeo, che è molto simile a quello del renziano Ivan Scalfarotto e adotta la stessa definizione di antisemitismo proposta da Delrio. A differenza del testo di Forza Italia, quello leghista non prevede nuovi reati. Ma in compenso prevede un elemento che potrebbe essere scivoloso: la possibilità di vietare le manifestazioni “anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita”. Finora, anche a seguito di valutazioni ponderate del Viminale, le manifestazioni non sono mai state vietate. Nei casi più scivolosi sono state rinviate.
Le proposte di modifica formulate dal Pd al testo di Romeo saranno stilate da un comitato ristretto, al quale parteciperà anche Delrio. Il tentativo sarà quello di trovare un accordo almeno sui punti in cui il partito è unito. Obiettivo che, però, viene considerato molto complicato, soprattutto dopo gli stracci volati in queste ore. Delrio, ci viene raccontato, nel corso dell’assemblea ha accusato la maggioranza del Pd di aver sconfessato lui e il suo disegno di legge in maniera plateale. Di non aver difeso lui e gli altri senatori che avevano firmato il ddl di fronte ai numerosi insulti che gli sono piombati addosso, soprattutto sui social. “È una vergogna”, si è lasciata sfuggire una senatrice riformista, recriminando contro l’isolamento al quale la segreteria ha confinato i firmatari del ddl. “Non siamo stati minimamente coinvolti nella stesura del testo Giorgis”, è stata l’altra osservazione fatta dai riformisti. Per provare a riassettare le cose, il fronte più vicino alla segreteria ha precisato che bisogna fare di tutto per preservare il “patrimonio comune” del Pd. Incarnato anche da Delrio. “Il testo fa tesoro delle diverse sensibilità del partito”, ha dichiarato Giorgis, stremato da giorni di riletture, aggiunte di commi, limature. Che non sono servite a trovare l’unità all’interno del partito.
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