Vendere Tbonds è autolesionismo, l’Europa cresca con veri eurobond
Non svendere asset Usa: costruire un mercato unico di eurobond rafforza l’euro e l’autonomia strategica europea.
Vedere evocata la vendita in massa dei titoli USA come arma geopolitica fa impressione. È la classica opzione “fine del mondo”: rumorosa, distruttiva, e soprattutto autolesionista. Una mossa che danneggerebbe prima di tutto chi la compie, cioè anche noi europei.
Partiamo da un fatto spesso ignorato nel dibattito pubblico: i Treasury non sono “in mano ai governi”. Sono detenuti da banche, fondi pensione (olandesi, danesi, tedeschi), fondi di investimento e risparmiatori privati. L’Unione Europea non può obbligare questi soggetti a vendere. E se anche ci provasse indirettamente, il risultato sarebbe un disastro annunciato: crollo dei prezzi, perdite immediate per chi vende, buchi nei fondi pensione e danni diretti ai risparmiatori europei. Insomma, un colpo sparato dritto sul nostro piede.
C’è poi un punto tecnico, ma decisivo. Una quota rilevante del debito pubblico americano è concentrata su titoli a breve scadenza. Non serve vendere nulla per esercitare pressione: basta non rinnovare, non ricomprare, escludere gradualmente e silenziosamente quei titoli da fondi pensione e fondi sovrani. Nessun panico sui mercati, nessuna svendita, ma un segnale chiaro e persistente. È così che agiscono gli attori razionali, non con gesti plateali buoni per i talk show.
Detto questo, anche questa non è la vera partita. La vera alternativa intelligente per l’Europa non è “colpire” gli asset USA, ma smettere di essere strutturalmente dipendente da essi. E qui la risposta è una sola: creare un grande mercato di bond europei. Veri eurobond. Profondi, liquidi, comparabili per scala e affidabilità al mercato dei Treasury americani.
È una linea sostenuta da economisti come Olivier Blanchard e, in forme diverse, da Mario Draghi. Un mercato unico del debito europeo rafforzerebbe l’Europa, ridurrebbe la dipendenza dal dollaro e renderebbe l’euro una reale alternativa come valuta di riserva. Questo sì che avrebbe un impatto strategico sugli Stati Uniti, senza danneggiare i risparmiatori europei.
Il problema, come sempre, non è economico ma politico: resistenze ideologiche, veti dei Paesi del Nord, paura della condivisione del rischio, mercato ancora frammentato. Ma il costo di non fare nulla è ormai superiore al costo di fare un salto in avanti.
In un mondo più instabile e meno cooperativo, restare divisi non è prudenza: è una iattura. L’Europa non ha bisogno di gesti dimostrativi. Ha bisogno di potere strutturale. E quello si costruisce, non si improvvisa.
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