Anno: XXVI - Numero 250    
Mercoledì 31 Dicembre 2025 ore 13:20
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Il campo largo e l’ambiguità irrisolta

Si apre il vaso di Pandora della sinistra italiana: tra governo e piazza, solidarietà e ambiguità, una rimozione collettiva emerge con forza — nessuno ha mai incontrato davvero i palestinesi, ma tutti parlano di loro.

Il campo largo e l’ambiguità irrisolta

I casi che periodicamente esplodono nelle cronache giudiziarie e politiche non sono episodi isolati né semplici strumentalizzazioni dell’avversario. Sono piuttosto la spia di una contraddizione strutturale che attraversa l’intero “campo largo” italiano: il rapporto mai chiarito tra istituzioni, movimenti e una parte dell’attivismo radicale, soprattutto quando il terreno di mobilitazione è il conflitto israelo-palestinese.

Dalle amministrazioni locali al Parlamento, Alleanza Verdi e Sinistra incarna questa ambiguità più di ogni altra forza. Da un lato rivendica una piena legittimità di governo; dall’altro continua a parlare il linguaggio della piazza, della solidarietà militante, dell’identificazione simbolica con cause complesse ridotte spesso a slogan. Ne deriva una postura politica instabile, che espone l’intera coalizione a un’accusa ricorrente: l’ambiguità.

Il punto non è giudiziario. Le inchieste seguono il loro corso e riguardano responsabilità individuali. Il nodo è politico e culturale. Ogni volta che emergono contatti, narrazioni o anche solo prossimità simboliche con ambienti attenzionati per radicalizzazione o finanziamenti illeciti, la sinistra di governo appare incapace di una risposta chiara, univoca, non difensiva. A prevalere è una reazione riflessa: l’indignazione contro “la destra che strumentalizza”, l’appello all’emergenza umanitaria come scudo totale, la trasformazione immediata di ogni critica in un attacco in malafede.

Le reazioni degli esponenti del centrosinistra seguono quasi sempre lo stesso copione. Ci si dice “offesi”, “indignati”, “scioccati” dall’accostamento, si rivendica la propria storia personale, si invoca la buona fede. Ma raramente si entra nel merito politico della questione. La polemica viene derubricata a campagna diffamatoria, mentre il tema di fondo — chi parla, da quale palco, con quali parole e sotto quali simboli — resta accuratamente eluso. L’offesa personale diventa così una scorciatoia per evitare una discussione collettiva sulle responsabilità politiche.

Il Partito Democratico, perno del campo largo, resta intrappolato in una mediazione permanente. Prendere le distanze significa rischiare fratture interne; non farlo significa consegnare agli avversari una narrazione di debolezza morale e politica. Nel frattempo, il M5S oscilla tra critica preventiva e silenzio tattico, mentre le componenti più moderate faticano a giustificare un’alleanza percepita come incoerente sui temi della sicurezza, del terrorismo e della politica estera.

Il caso delle manifestazioni “per Gaza” è emblematico. Quando un corteo non autorizzato viene definito apertamente, da osservatori non sospettabili di estremismo, come “esplicitamente pro-Hamas” — perché il 7 ottobre viene celebrato come atto di resistenza e non come strage — la questione non può essere liquidata come una polemica di parte. Qui non si tratta di sostenere il popolo palestinese o il diritto a uno Stato, ma di tollerare una narrazione che nega l’esistenza stessa di Israele.

Le difese dei sindaci e dei dirigenti coinvolti — “non conoscevo”, “le foto sono decontestualizzate”, “non chiedo il pedigree a chi incontro” — sono comprensibili sul piano personale, ma politicamente deboli. Non perché presuppongano una colpa individuale, bensì perché eludono il problema reale: l’ecosistema simbolico in cui certe presenze, certi palchi e certe parole diventano accettabili o quantomeno non problematizzate. Un ecosistema in cui la solidarietà umanitaria viene usata come ombrello retorico per evitare qualunque presa di distanza netta.

Il vero nodo resta irrisolto: la Palestina come totem ideologico. Una causa evocata incessantemente, ma raramente affrontata nella sua complessità reale; brandita come identità, più che assunta come responsabilità politica. Nessuno incontra davvero i palestinesi nelle loro divisioni, nelle loro contraddizioni, nel rapporto irrisolto con Hamas. Ma molti parlano in loro nome.

Il vaso di Pandora è ormai aperto e riguarda tutta la sinistra italiana. Finché non verrà chiarito il confine tra solidarietà e ambiguità, tra governo e movimento, tra empatia umanitaria e legittimazione dell’estremismo, ogni crisi locale continuerà a trasformarsi in una resa dei conti nazionale. E ogni reazione offesa, anziché chiudere la polemica, finirà per confermare l’impressione di una rimozione politica profonda.

 

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