La Verità dei Pm è maiuscola e inconfutabile. Oppure ...
In vista del referendum sulla separazione delle carriere, ricordarsi di Davigo, quando disse che, al terzo diniego di un giudice, l’inquirente indagherà sui suoi conti correnti.
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Con un’uscita degna del Candido di Voltaire, Piercamillo Davigo ci ha recentemente offerto una testimonianza diretta del genere di forzature, per non dire vere e proprie violenze, di cui a suo avviso sono capaci i pubblici ministeri pur di difendere le proprie tesi accusatorie.
Era lo scorso 13 settembre, il celebre magistrato del pool di Mani Pulite, nonché ex presidente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati), partecipava in veste di ospite d’onore alla festa del Fatto quotidiano. Contesto amico, idem sentire. Con il sorriso sardonico di chi la sa lunga, il dottor Davigo ha illustrato alla platea travagliana quale sarà la logica conseguenza della separazione delle carriere tra giudici e pm se in marzo gli italiani confermeranno la riforma votando Sì al referendum costituzionale. “Il pubblico ministero è collega del giudice. Se li separano, non sarà più collega del giudice, ma sarà sempre collega degli altri pubblici ministeri – ha esordito Davigo –. E qui sono dolori”.
Dolori per chi? Per il giudice che non dovesse convalidare le ipotesi accusatorie del pm. La previsione, infatti, continua così: “Quando un magistrato è imputato o è persona offesa, il processo si sposta in un altro distretto stabilito dalla legge. Ma il pubblico ministero, che non è più collega di quel giudice, è collega di quello che sta nell’altro distretto. E alla terza assoluzione, secondo lui ingiustificata, che porterà a casa, chiamerà il suo collega dell’altra sede e dirà ‘ma senti un po’, ma vogliamo vedere se questo giudice è solo cretino, visto che mi assolve tutti gli imputati, o è anche ladro? Diamo un’occhiata ai suoi conti correnti’”.
Il candido Davigo dà dunque per scontato che la maggior parte dei pubblici ministeri sia pronta a minacciare giudiziariamente e senza informazione di reato chiunque metta a repentaglio il loro castello accusatorio. Anche se si tratta di un giudice.
Se ne ricavano alcuni elementi di riflessione. Se ne ricava che, mediamente, i pubblici ministeri siano convinti di rappresentare non la pubblica accusa ma il Bene assoluto e che le proprie ipotesi accusatorie non costituiscano ai loro occhi un parere discutibile, ma una Verità inconfutabile. Se ne ricava anche che chi ha il potere di esercitare l’azione penale è naturalmente incline ad abusarne, mettendo sotto indagine coloro che, a suo avviso, direttamente o indirettamente rappresentano un ostacolo all’affermazione del Bene assoluto. Una logica degna della teocrazia iraniana, con i pubblici ministeri nei panni della polizia morale.
Davigo esagera, forse, ma di sicuro non ha dubbi. Il suo intervento, infatti, si conclude così: “Sono stato 42 anni in magistratura. Se fai un accertamento patrimoniale su un giudice, quello si terrorizza. Muore di spavento, il più delle volte”. E se non muore di spavento, la volta successiva si guarderà bene dal contraddire la Verità di quel pubblico ministero.
Dal video dell’intervento di Piercamillo Davigo, facilmente reperibile sui social, non risulta che dalla platea di lettori del Fatto quotidiano si sia levata una sola voce di dissenso alle parole dell’illustre ex pubblico ministero. Parole che, come accade spesso in queste settimane alle star della magistratura impegnate nella campagna per il No al referendum, rappresentano il migliore degli spot possibili a favore del Sì.
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