Askatasuna assalta la Stampa e torna al centro del villaggio
Dopo l'assalto al quotidiano torinese si torna a parlare dello storico centro sociale.
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Il centrodestra ne chiede lo sgombero, il Comune condivide progetti sulla legalità. Nel mezzo, quasi 30 anni di storia, tra mondo No-Tav e Pro Pal, molte accuse (tra cui quella, caduta, di associazione a delinquere) ma anche istanze sociali e attività culturali
“Trent’anni di impunità”, come dice il centrodestra, o “trent’anni di lotta”, come dicono gli attivisti? Probabilmente, come spesso accade, la verità sta nel mezzo.
Negli ultimi giorni, anche a causa dell’ingiustificabile assalto alla redazione della Stampa, si è tornati a parlare, con un dibattito piuttosto acceso, di Askatasuna. Proverrebbero infatti dal centro sociale torinese molti dei vandali che hanno assaltato la redazione del giornale nel corso di una protesta contro l’espulsione dell’Imam di Torino, Mohamed Shahin.
Noto punto di riferimento del mondo autonomo e antagonista torinese, Askatasuna porta un nome che arriva dalla lingua basca. E che significa libertà. Nato nel 1996, quando, nel corso di una manifestazione, un gruppo di autonomi andò a occupare un palazzo che decenni prima ospitava istituti di beneficenza, da quasi 30 anni è sulla bocca di mezza città. Perché c’è chi ne reclama lo sgombero immediato – e mai arrivato – chi tollera il progetto. Chi, ancora, ricorda che l’attivismo dei militanti non va associato solo alla violenza, ma anche al conflitto sano, alle istanze sociali e alle attività culturali.
La peculiarità di Askatasuna è quella di essere legato alle conflittualità del territorio – la protesta contro l’alta velocità Torino Lione, innanzitutto – ma di oltrepassare i confini delle città. Militanti di Askatasuna erano presenti alla manifestazione per Gaza del 4 ottobre a Roma, iniziata in maniera pacifica e finita con gli scontri alimentati da gruppetti di antagonisti. Provenienti (anche) da Torino. La saldatura – o l’identificazione – con il mondo Pro-Pal della realtà torinese è, del resto, assodata. E il sostegno alla Palestina – sotto molteplicifi forme, anche quelle non pacifiche – è l’istanza numero uno di quel mondo. Con la stessa forza con la quale fino a qualche anno fa in cima alla lista del conflitto c’era l’alta velocità in Val di Susa.
Volendo continuare l’excursus storico, Askatasuna è stato presente a Roma anche in altre occasioni, e sempre nel corso di cortei problematici. C’era, per esempio, il 14 dicembre 2010 quando, mentre il governo Berlusconi vedeva confermata la fiducia per un soffio, in piazza del Popolo candavano in scena episodi da guerriglia urbana.
Per spiegare la capacità attrattiva del centro sociale torinese, tanto a Chiomonte quanto nelle piazze romane, il giornalista Marco Imarisio definì, nel 2011, Askatasuna “una sorta di pifferaio magico degli incappucciati”.
Le accuse di atti violenti ai militanti di “Aska” nel corso degli anni sono state svariate. Alcune erano fondate, e sono finite con delle condanne.
L’irruzione nella sede della Stampa è solo l’ultimo degli episodi che vengono contestati agli attivisti. L’accusa più grave nei confronti del centro sociale è arrivata qualche anno fa dalla procura di Torino: associazione a delinquere. Di ciò erano accusati 16 dei 28 militanti processati per azioni violente contro il cantiere dell’alta velocità Torino-Lione. Il processo è finito a marzo e un giudice di primo grado ha condannato 18 attivisti per singoli episodi di violenza, con pene che vanno da 5 mesi e 10 giorni a 4 anni e 9 mesi di reclusione. Ad alcuni attivisti è stato anche chiesto il risarcimento del danno al Viminale, alla Difesa e a Palazzo Chigi.
Allo stesso tempo, lo stesso giudice ha detto che no, non è di associazione a delinquere che si può parlare. Scatenando la gioia di tutto il mondo che gravita intorno all’attivismo, non solo a Torino, perché una condanna per questo reato sarebbe stato un precedente significativo. A indignarsi fu invece chi pensa che di associazione a delinquere si tratta davvero. Pezzi della magistratura, in particolare, oltre che il centrodestra. Esponenti di partiti di governo in queste ore continuano a chiedere lo sgombero del centro sociale. Sgombero che, in verità, più volte è stato vicino: nel 2024, in particolare, Questura e prefettura ci stavano lavorando. All’ultimo miglio, però, è sempre stato valutato che non era il caso. Si riteneva l’operazione troppo pericolosa, per un presunto “rischio guerriglia”.
Raccontare Askatasuna esclusivamente come un covo di violenti spaccavetrine, però, sortirebbe l’unico effetto di riportare solo un pezzo di storia. Un pezzo consistente e non sottovalutabile, ma non l’unico. Gravitava nel mondo di Askatasuna, per esempio, Eddie Marcucci, attivista che si era arruolata in Siria. Con i curdi, contro l’Isis. Una scelta che le è costata due anni di sorveglianza speciale, nonostante non avesse alle spalle precedenti penali pesanti.
Militanza, a vari livelli, ma non solo. Askatasuna, infatti, nel corso degli anni è stato anche teatro di eventi culturali: uno di questi è il festival Altri mondi/altri modi, che ha visto ospiti come Zerocalcare, Alessandro Barbero, il cantante Willy Peyote. Soprattutto, Askatasuna potrebbe essere protagonista – insieme con il Comune e gli abitanti del territorio – di un esperimento di legalità. O meglio, di legalizzazione. Nel 2024, infatti, il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha stretto un accordo con gli attivisti affinché la sede del centro sociale diventasse un “bene comune”. Non più, quindi, un posto occupato, regno di conflitto e assenza di regole, ma un posto cogestito. Con un ruolo attivo del comune e della cittadinanza.
Al centrodestra, però, questo progetto non è mai piaciuto. Fratelli d’Italia ha fatto ricorso al Tar, ma ha perso. Dopo gli ultimi fatti di cronaca, però, il centrodestra è tornato alla carica: “Askatasuna andrebbe chiuso”, afferma, lapidario, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, seguito da altri esponenti di area. A difendere il progetto di legalizzazione, con cautela, resta il sindaco Lo Russo: “Respingo con fermezza ogni tentativo di creare un nesso di causa-effetto tra un percorso civico, pubblico e trasparente e comportamenti eversivi che nulla hanno a che fare con esso – ha dichiarato – il Patto è un atto amministrativo che riguarda esclusivamente la cura e la riattivazione pubblica di un immobile occupato illegalmente dal 1996, cioè da ben 29 anni. Se l’autorità di pubblica sicurezza o quella giudiziaria valuteranno di procedere sul fronte dell’immobile, ne prenderemo atto”. Un messaggio, questo, a Polizia e autorità giudiziaria: la decisione di sgomberare “Aska” spetta a loro, non al comune. Ma non è detto che lo sgombero sia la soluzione migliore.
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