Storia del governo che sottomise a sé la magistratura (no, non successe)
Nel ’91 il ministro Martelli istituì con Falcone la procura Antimafia. Proteste violentissime dall’Anm (“è un’altra cupola mafiosa”) e dal Pds di Occhetto. Poi nessuno asservì nessuno e l’Antimafia oggi è un tempio.
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Ecco, ci risiamo. Non è la prima volta che la riforma di un governo che ha per oggetto la magistratura viene accusata dall’Associazione nazionale magistrati e dai maggiori partiti della sinistra di avere come obiettivo il controllo politico della medesima e il depotenziamento della lotta alla criminalità organizzata. Accade oggi con la riforma costituzionale che separa le carriere del giudice terzo da quelle della pubblica accusa; è caduto ieri con l’introduzione della Procura nazionale antimafia.
Era il 1991 quando l’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli, lanciò l’idea di potenziare e centralizzare la lotta al crimine organizzato attraverso la creazione di una procura ad hoc. Nonostante il fatto che tra gli ideatori della riforma vi fosse il giudice Giovanni Falcone, allora direttore generale degli Affari Penali del ministero della Giustizia, le polemiche furono violente. Violentissime.
La magistratura organizzata e le sinistre accusarono il governo di voler controllare l’attività giudiziaria antimafia con l’implicito obiettivo di depotenziarla e Martelli fu pubblicamente trattato da eversore: vuole assoggettare l’antimafia al potere esecutivo, questa era l’imputazione. L’Anm promulgò uno sciopero nazionale. “Non abbiamo bisogno di un’altra cupola mafiosa”, fu la gravissima accusa levata dall’allora presidente Raffaele Bertoni nei confronti del governo. Anche allora si sostenne che la riforma fosse “il primo passo verso la sottomissione dei pubblici ministeri al potere esecutivo”. Anche allora la sinistra politica seguì a ruota. Il Pds di Achille Occhetto fece proprie le tesi dell’Anm e in Parlamento accusò il governo di voler sottomettere la magistratura, piazzare propri uomini alla guida della Superprocura antimafia e bloccare l’attività giudiziaria contro la criminalità organizzata.
Accadde l’esatto contrario. Il governo non ebbe alcun ruolo sull’attività della Procura nazionale e tantomeno mise i pubblici ministeri sotto il proprio controllo; grazie alla nuova struttura, lo Stato raggiunse i propri risultati più importanti nella lotta alla mafia; la Superprocura fu, di fatto, egemonizzata da magistrati di sinistra che non persero occasione di contrapporsi al governo per poi finire dritti in Parlamento con indosso una maglia politica.
Ricordiamo solo chi furono gli ultimi tre procuratori nazionali antimafia: Pietro Grasso, che quand’era in carica levò pesanti accuse al governo Berlusconi per la legge sulle intercettazioni e non appena dismise la carica fu eletto senatore con il Pd; Franco Roberti, che quand’era in carica polemizzò con il governo Renzi sul reato di clandestinità e non appena dismise la carica fu eletto europarlamentare con il Pd; Federico Cafiero De Raho, che quand’era in carica contestò la riforma Cartabia e non appena dismise la carica fu eletto senatore con il Movimento 5stelle.
La storia, dunque, si ripete, con le stesse accuse, le stesse ipocrisie e le stesse falsità.
Un’ultima perla. Il candidato naturale alla guida della neoistituita Procura nazionale antimafia era Giovanni Falcone, ma Falcone era inviso ai capi corrente della magistratura. Una personalità troppo forte, autorevole ed indipendente. Un uomo non controllabile. Nessuno si stupì, pertanto, del fatto che il Csm, cui competeva la nomina, scelse come capo della Superprocura antimafia non il magistrato più qualificato nella lotta alla mafia, ma Bruno Siclari, in ragione del fatto che aveva un’anzianità professionale superiore a quella di Falcone.
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