Europa, basta inginocchiarsi
Settant’anni di subalternità ci hanno resi ricchi ma fragili. Washington detta, Bruxelles obbedisce. Senza un salto politico verso la Federazione resteremo un mercato di lusso senza voce, tappetino dei colossi mondiali.
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L’Europa si ostina a recitare la parte che gli altri le hanno cucito addosso: quella del cliente obbediente. Da decenni la sicurezza è in outsourcing a Washington, le decisioni strategiche dipendono da chi siede nello Studio Ovale, le crisi vengono gestite al massimo con qualche vertice straordinario condito di retorica. Poi, quando arriva il conto, lo paghiamo senza discutere.
Il copione è vecchio, ma continua a funzionare. Lo si è visto con Donald Trump, che conosce perfettamente la nostra debolezza: ci minaccia, alza i dazi, insulta la NATO e tratta l’Europa come un fastidio. E noi che facciamo? Abbassiamo la testa. Von der Leyen è andata a incontrarlo col cappello in mano, uscendo con un’umiliazione: dazi al 15% e un’Unione ridotta a comparsa. Macron intanto parla di “autonomia strategica”, ma continua a riempire i magazzini di armi americane. Scholz preferisce legare la Germania al gas liquido Usa. Meloni si limita a fare la cheerleader atlantista, felice di ricevere pacca sulla spalla.
Risultato: un continente potente nell’economia, ma nullo nella politica. L’Europa è il più grande mercato di consumatori del pianeta, ma non ha voce propria. Senza gli Stati Uniti non sappiamo difendere un confine, non sappiamo affrontare una crisi energetica, non sappiamo nemmeno decidere chi deve occuparsi dei migranti. A Bruxelles tutto si arena: 27 Paesi che litigano, paralizzati dai veti, divisi su tutto.
Ed è qui la verità scomoda: il problema non è Trump, non è Biden, non è la Cina o la Russia. Il problema siamo noi. L’Unione Europea, così com’è, è irrilevante. È stata costruita come un compromesso tecnocratico, non come un soggetto politico. Un’enorme macchina regolatoria senza Costituzione, senza difesa comune, senza un Parlamento che decida davvero.
C’è chi sogna un Draghi come salvatore. Ma Draghi non basta. Anzi: rappresenta quell’élite che dagli anni ’90 ad oggi ha fatto dell’Europa un gigante economico e un nano politico. L’illusione che bastino conti in ordine e regole di bilancio è stata la nostra condanna. Un manager non può supplire alla mancanza di una guida politica.
Se vogliamo contare davvero, serve il salto che abbiamo sempre rinviato: la Federazione. Una Costituzione europea, una difesa comune, un bilancio federale, un Parlamento con poteri reali. Non un’Unione di compromessi, ma una comunità politica in grado di decidere e di imporsi sullo scenario globale. Chi non vuole, resti fuori. Ma chi ci crede deve andare avanti.
Il debito di riconoscenza con gli Stati Uniti per il ’45 è stato ampiamente ripagato. L’America non ci ha rimesso: ci ha guadagnato potere, dollari, influenza. Ora basta. O l’Europa si emancipa, o resterà un campo di caccia aperto, terreno di conquista per chiunque abbia più forza.
Il tempo non gioca a nostro favore. Ogni anno di rinvio è un pezzo di sovranità perduto. Il mondo cambia velocemente: Cina, India, Russia, nuove potenze regionali. Solo noi restiamo immobili, paralizzati da leader mediocri e da governi incapaci di pensare in grande.
L’alternativa è semplice: o gettiamo il cuore oltre l’ostacolo, o restiamo tappetini. Ma sui tappetini si puliscono i piedi, non si costruisce il futuro.
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