MALE LA STRETTA SUI PAGAMENTI DELLA PA
De Nuccio e De Luca criticano la misura in Legge di Bilancio.
C’è un punto, nella nuova stretta sui pagamenti della Pubblica amministrazione ai professionisti con debiti fiscali prevista dalla Legge di Bilancio 2026, che rischia di trasformare un principio condivisibile in una misura profondamente squilibrata. E quel punto riguarda il bersaglio scelto: ancora una volta, i liberi professionisti.
La norma nasce con un obiettivo formalmente ineccepibile – contrastare l’evasione fiscale e ridurre l’esposizione debitoria complessiva del Paese – ma nella sua applicazione concreta rischia di colpire una delle categorie che più frequentemente si trova a subire le inefficienze dello stesso apparato pubblico che oggi pretende di recuperare con rigore le somme dovute.
Le proteste di commercialisti e consulenti del lavoro, rilanciate durante Telefisco del Sole 24 Ore, non sono la solita difesa corporativa. Al contrario, mettono in luce una contraddizione strutturale che il legislatore continua a ignorare: lo Stato pretende puntualità assoluta nei versamenti, ma continua a permettersi ritardi cronici nei pagamenti.
Il presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, Rosario De Luca, ha fotografato con brutalità questo cortocircuito. I debiti fiscali di molti professionisti, ha spiegato, spesso non nascono da comportamenti elusivi, ma dalla mancanza di liquidità generata proprio dai ritardi della Pubblica amministrazione nel saldare le parcelle. Un fenomeno tutt’altro che marginale, soprattutto negli enti locali, dove i tempi di pagamento continuano a dilatarsi senza che ciò produca conseguenze reali per le amministrazioni inadempienti.
Il risultato è un meccanismo quasi paradossale: la Pubblica amministrazione paga tardi, il professionista accumula difficoltà finanziarie e, a quel punto, lo stesso Stato interviene trattenendo i compensi per compensare i debiti fiscali. Una spirale che rischia di trasformare il professionista in una sorta di finanziatore involontario della macchina pubblica.
Il problema, però, non riguarda solo il principio generale della norma, ma anche la sua costruzione tecnica. La misura, così come formulata, appare estremamente ampia e priva di quei correttivi minimi che avrebbero potuto renderla più equa. Mancano soglie di rilevanza, manca una distinzione tra posizioni debitorie strutturali e difficoltà temporanee, manca soprattutto una valutazione dell’impatto reale sulla sostenibilità economica degli studi professionali.
Il presidente dei commercialisti, Elbano de Nuccio, ha parlato senza mezzi termini di una disposizione «discriminatoria». E il termine non appare eccessivo se si considera che la norma colpisce selettivamente una specifica categoria di contribuenti, senza estendere analoghi meccanismi ad altri settori economici.
Ancora più preoccupante è l’assenza di una soglia minima per l’attivazione della compensazione. Nella disciplina attuale, gli enti pubblici sono tenuti a effettuare verifiche solo oltre i 5.000 euro e, in presenza di irregolarità, si procede al pignoramento tramite l’agente della riscossione. Con la nuova norma si compie un salto qualitativo: si introduce un meccanismo automatico di distrazione delle somme a favore dell’Erario, riducendo drasticamente la disponibilità finanziaria del professionista e ampliando il potere di intervento dell’amministrazione.
In altre parole, si rafforza la capacità dello Stato di recuperare i propri crediti senza affrontare, in parallelo, il nodo mai risolto dei propri ritardi nei pagamenti. Un’asimmetria che negli anni ha alimentato un rapporto sempre più conflittuale tra Pubblica amministrazione e lavoro autonomo.
Dietro questa scelta normativa si intravede una logica ormai ricorrente: intervenire sulle categorie fiscalmente più tracciabili e organizzate, quelle cioè sulle quali è più semplice esercitare controlli e applicare misure restrittive. I professionisti ordinistici, per definizione, rappresentano contribuenti altamente monitorati, con sistemi contabili trasparenti e responsabilità disciplinari stringenti. Proprio per questo diventano, ciclicamente, il terreno più facile su cui costruire politiche di recupero del gettito.
Il rischio, tuttavia, è che questa strategia produca effetti distorsivi nel medio periodo. La compressione della liquidità degli studi professionali non si traduce solo in difficoltà per i singoli operatori, ma può riflettersi sull’intero sistema dei servizi alle imprese e ai cittadini. Commercialisti e consulenti del lavoro rappresentano infatti snodi essenziali per il funzionamento del sistema fiscale, previdenziale e amministrativo del Paese. Indebolirne la sostenibilità economica significa, indirettamente, indebolire l’efficienza dell’intero apparato.
C’è poi un ulteriore aspetto, meno evidente ma altrettanto rilevante. Misure percepite come punitive e unilaterali rischiano di alimentare un clima di sfiducia tra professionisti e istituzioni. Una frattura che arriva in un momento storico in cui il sistema economico avrebbe invece bisogno di rafforzare il rapporto di collaborazione tra amministrazione finanziaria e contribuenti.
Nessuno mette in discussione la necessità di combattere l’evasione fiscale. Ma farlo scaricando il peso dell’intervento su una sola categoria, senza affrontare contemporaneamente le inefficienze strutturali della Pubblica amministrazione, rischia di trasformare una battaglia di legalità in un’operazione percepita come punitiva e selettiva.
Se l’obiettivo è davvero ridurre l’esposizione debitoria del Paese, la strada non può essere quella di utilizzare i professionisti come ammortizzatori finanziari delle disfunzioni pubbliche. Servirebbe, piuttosto, un intervento organico che metta sullo stesso piano diritti e doveri: rigore nei controlli fiscali, ma anche certezza e tempestività nei pagamenti da parte dello Stato.
Fino a quando questo equilibrio non verrà raggiunto, ogni nuova stretta rischierà di essere letta non come uno strumento di equità, ma come l’ennesima dimostrazione di un sistema che continua a pretendere molto da chi, troppo spesso, riceve poco.
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