INFERMIERI DI FAMIGLIA CERCASI
Il Dm 77 fissa il fabbisogno, ma Agenas e contratto non definiscono ancora ruolo, funzioni e inquadramento.
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La riforma della sanità territoriale rischia di inciampare su una contraddizione che diventa ogni giorno più evidente: l’Italia sa quanti infermieri di famiglia le servono, ma non ha ancora deciso fino in fondo chi siano, che cosa debbano fare e quale posto occupino nell’organizzazione sanitaria.
Il numero è scolpito nel Dm 77 del 2022: servono 19.657 infermieri di famiglia e comunità. Di questi, 11.433 dovrebbero essere destinati alle Case della Comunità. Nella realtà, però, i professionisti effettivamente in servizio sono meno di duemila. Un abisso numerico, aggravato da un vuoto normativo e contrattuale che, a sei anni dall’avvio del percorso, continua a lasciare l’IFeC senza un vero identikit professionale.
Il paradosso è emerso con particolare evidenza alla fine di luglio. Il 28 luglio Agenas ha pubblicato le linee di indirizzo sulle équipe multiprofessionali e multidisciplinari delle Case della Comunità. Il giorno successivo, all’Aran, è stata siglata la preintesa del contratto del comparto Sanità 2025-2027. Due documenti destinati a incidere sul futuro della sanità territoriale, ma nessuno dei due scioglie il nodo centrale.
Agenas descrive l’infermiere di famiglia e comunità come un professionista con una formazione specifica nell’assistenza territoriale, nell’educazione sanitaria e nella gestione della cronicità. Il master di primo livello viene indicato come percorso preferenziale. Ma la definizione non coincide con una vera collocazione.
Nell’équipe stabile della Casa della Comunità, infatti, trovano posto il medico di assistenza primaria o il pediatra, l’infermiere, l’assistente sociale e il personale amministrativo. L’infermiere di famiglia e comunità viene invece collocato nell’équipe allargata, quella attivabile in base ai bisogni, insieme a specialisti, psicologi, farmacisti, ostetriche e professionisti della riabilitazione.
È una distinzione tutt’altro che formale. Perché stabilire se l’IFeC sia una presenza strutturale o una figura chiamata in causa secondo necessità significa decidere quale ruolo debba avere nel nuovo modello sanitario.
Neppure il contratto offre una risposta definitiva. La preintesa del 29 luglio costruisce un sistema di incarichi su tre livelli: posizioni dell’area di elevata qualificazione, incarichi di funzione organizzativa e incarichi di funzione professionale. Ma per l’infermiere di famiglia e comunità non viene previsto un inquadramento autonomo.
È proprio qui che si concentra la critica di Nursing Up. Il sindacato guidato da Antonio De Palma aveva chiesto un riconoscimento contrattuale distinto, con l’accesso all’area di elevata qualificazione per chi possiede un master e una prospettiva dirigenziale per chi consegue la laurea magistrale. La tesi è netta: continuare a considerare questi professionisti semplicemente come infermieri del comparto ai quali assegnare, eventualmente, un incarico rischia di indebolire l’intera riforma della medicina territoriale.
Il risultato, oggi, è una geografia a macchia di leopardo. Chi ha investito tempo e risorse in una formazione specialistica può vedersi riconoscere un ruolo diverso a seconda della Regione o dell’azienda sanitaria nella quale lavora. Il master apre porte, ma non sempre le stesse.
Eppure il fabbisogno è enorme. Il Dm 77 indica uno standard di un infermiere di famiglia e comunità ogni 3.000 abitanti. Anche Fnopi stima una necessità vicina alle 20mila unità, considerando il rapporto con la popolazione che necessita di continuità assistenziale.
I numeri reali raccontano però un’altra storia. A fine 2022 il ministero della Salute censiva appena 1.464 IFeC. Includendo il personale impiegato a ore nelle Case della Comunità, si arriva a circa 1.920 professionisti. Solo nelle strutture territoriali, dunque, mancano oltre 9.500 infermieri rispetto agli obiettivi programmati.
La Lombardia rappresenta il caso più avanzato, con oltre mille professionisti e bandi specificamente dedicati. Ma un modello nazionale non può reggersi soltanto sulle Regioni che hanno corso più velocemente delle altre.
Il contrasto con la crescita delle Case della Comunità è impressionante. Il 30 giugno l’Italia ha raggiunto il target europeo delle 1.038 strutture aperte, con stime che superano ormai le 1.200. Un risultato importante sul piano delle infrastrutture e degli obiettivi Pnrr.
Ma aprire una struttura non significa necessariamente farla funzionare.
L’ultimo monitoraggio Agenas disponibile fotografa una situazione assai più problematica: 781 Case della Comunità avevano almeno un servizio attivo, pari al 45% delle 1.715 programmate. Soltanto 66 garantivano tutti i servizi obbligatori con presenza medica e infermieristica sulle 24 ore. Meno del 4 per cento. E altre 219 strutture disponevano dei servizi previsti, ma non del personale necessario.
È qui che la questione dell’infermiere di famiglia smette di essere una disputa sull’inquadramento e diventa un problema concreto per la tenuta della riforma sanitaria.
Perché le Case della Comunità non possono essere soltanto edifici nuovi, targhe inaugurali o obiettivi raggiunti nei cronoprogrammi europei. Devono diventare luoghi capaci di prendere in carico i pazienti cronici, gli anziani, le persone fragili e chi necessita di assistenza continuativa fuori dall’ospedale. E proprio per questo l’infermiere di famiglia e comunità dovrebbe rappresentare uno dei pilastri del sistema.
Invece resta sospeso tra formazione specialistica, contratti generici, incarichi discrezionali e regole regionali differenti.
La preintesa contrattuale dovrà ancora superare il vaglio degli organi di controllo e arrivare alla firma definitiva. Le linee di Agenas, dal canto loro, non vincolano le Regioni. Nel frattempo ogni territorio continua a muoversi con proprie regole su reclutamento, formazione e mansioni.
Restano così aperte le due domande decisive: quale formazione deve realmente dare titolo alla funzione e quale ruolo deve avere l’IFeC nell’équipe della Casa della Comunità?
Finché non arriverà una risposta nazionale chiara, i 19mila infermieri richiesti dal sistema resteranno soprattutto una cifra sulla carta.
E dietro quella cifra continuerà a mancare ciò che una riforma sanitaria non può permettersi di lasciare indefinito: un mestiere, un ruolo e le persone necessarie per svolgerlo.
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