IL SEGRETO VIOLATO
Da oggi e per sette giorni i penalisti in sciopero contro il silenzio sulle intercettazioni dei colloqui tra avvocati e detenuti a Perugia.
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La protesta dei penalisti torna a scuotere la giustizia italiana. L’Unione delle Camere Penali Italiane ha proclamato sette giorni di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria penale, dal 23 al 29 settembre 2026, dopo aver denunciato l’assenza di risposte istituzionali sulla vicenda delle intercettazioni dei colloqui tra detenuti e difensori nel carcere di Perugia-Capanne.
Da domani i penalisti italiani incrociano le braccia. Non per una rivendicazione corporativa, non per una disputa sugli onorari, ma per una questione che investe il cuore stesso del processo penale: il diritto dell’imputato a parlare liberamente con il proprio difensore senza essere ascoltato dallo Stato.
L’Unione delle Camere Penali Italiane ha proclamato una nuova settimana di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale. Al centro della protesta c’è ancora il caso del carcere di Perugia-Capanne, dove, secondo quanto denunciato dall’UCPI, si è verificata una violazione della riservatezza dei colloqui tra difensori e assistiti detenuti.
È questo il punto che rende la vicenda devastante sul piano delle garanzie: quando l’avvocato parla con il proprio assistito, non sta semplicemente conversando. Sta esercitando la difesa. In quella stanza possono passare strategie processuali, indicazioni, confidenze personali, elementi coperti dal segreto professionale. Se quel colloquio viene ascoltato e registrato illegittimamente, la linea che separa il cittadino dal potere investigativo viene pericolosamente attraversata.
E qui arriva la seconda questione, forse ancora più inquietante. L’UCPI chiede alle istituzioni di chiarire come sia stato possibile che quei colloqui venissero intercettati, quali verifiche siano state compiute e quali responsabilità siano state individuate. Una richiesta di trasparenza sul funzionamento del potere pubblico.
La protesta di settembre nasce proprio dalla mancanza, secondo i penalisti, di risposte sufficienti sugli accertamenti annunciati dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. La stessa delibera dell’UCPI denuncia il perdurante silenzio del ministro sugli esiti delle verifiche promesse dopo la vicenda di Perugia.
Non è la prima volta che gli avvocati penalisti si fermano per questa vicenda. Una precedente astensione si è svolta dall’8 al 12 giugno, con una manifestazione nazionale a Perugia l’11 giugno. L’UCPI aveva sintetizzato allora la propria posizione nello slogan: «Senza riservatezza non c’è difesa».
Ora la protesta ritorna. E si allarga al tema più generale dell’arretramento delle garanzie nel processo penale e alla drammatica situazione delle carceri. Nella nuova mobilitazione l’UCPI richiama infatti anche il progressivo arretramento delle garanzie costituzionali in materia penale e la perdurante emergenza carceraria.
La questione di Perugia, però, resta il simbolo della mobilitazione. Perché il rapporto tra difensore e assistito rappresenta uno dei presidi fondamentali del diritto di difesa. E perché una democrazia liberale non può considerare normale che proprio il colloquio destinato a preparare la difesa possa trasformarsi, anche soltanto per un errore o per un meccanismo non adeguatamente controllato, in materiale di interesse investigativo.
Ma la protesta non resterà confinata nei comunicati delle Camere penali. Da domani saranno le aule giudiziarie a registrare concretamente gli effetti dello sciopero. Udienze rinviate, collegi che dovranno ricalendarizzare i procedimenti, imputati e parti processuali costretti ad attendere nuove date: per sette giorni una parte significativa dell’attività penale ordinaria subirà inevitabilmente uno stop, nel rispetto delle eccezioni e delle modalità previste dal codice di autoregolamentazione.
E qualche effetto è già visibile. Il processo “Dolce Vita”, che vede imputati l’ex sindaco di Avellino Gianluca Festa e altri soggetti, ha già visto saltare l’udienza fissata nel periodo dell’astensione, con la necessità di individuare una nuova data.
A Perugia, intanto, il calendario giudiziario mostra numerose udienze penali fissate proprio nei giorni della mobilitazione: il 23 settembre risultano in calendario udienze davanti ai giudici Narducci, Loschi, Coli e Frabotta; il 24 settembre quelle dei giudici Esposito e Verola; il 25 settembre quella del giudice Granocchia; il 28 settembre quella della giudice Grimaccia; il 29 settembre risultano diverse udienze, davanti alla Corte d’Appello e al Tribunale penale. Saranno le singole adesioni e le regole sulle udienze escluse dall’astensione a determinare quali procedimenti verranno effettivamente rinviati.
Anche le Corti d’Appello sono coinvolte: la Procura generale di Perugia pubblica infatti i ruoli delle udienze penali del 25 e 29 settembre, comprese udienze camerali e dibattimentali.
È questo il paradosso della protesta: per denunciare una lesione del diritto di difesa, i difensori sono costretti a fermare la macchina della giustizia. E ogni rinvio significa per qualcuno un processo che slitta, una decisione che tarda, una vittima che aspetta, un imputato che resta sospeso nell’incertezza.
Ma la domanda resta quella fondamentale: quanto tempo deve passare prima che una violazione delle garanzie fondamentali riceva una risposta chiara?
Lo sciopero del 23 settembre non è dunque soltanto una nuova serrata delle aule giudiziarie. È un atto di pressione perché venga fatta luce su una vicenda che tocca il rapporto più delicato dell’intero processo penale: quello fra chi è accusato e chi lo difende.
Perché se l’imputato non può parlare liberamente con il proprio avvocato, la difesa diventa una parola vuota. E se dopo una vicenda tanto grave le istituzioni non spiegano con chiarezza che cosa è accaduto, perché è accaduto e come intendono impedire che accada di nuovo, il problema non riguarda più soltanto un carcere o una procedura.
Riguarda la credibilità stessa delle garanzie dello Stato di diritto.
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