Anno: XXV - Numero 86    
Venerdì 17 Maggio 2024 ore 13:00
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GIUSTIZIA, FUMATA BIANCA

Domani il via libera dei ministri al nuovo testo sul penale scritto con Cartabia, subito il voto in commissione, poi la fiducia in Aula

GIUSTIZIA, FUMATA BIANCA

Finalmente fumata bianca. Dopo tre anni di tormenti sulla prescrizione, ci volevano Mario Draghi e Marta Cartabia per sciogliere il groviglio della riforma penale. Ieri Giuseppe Conte, altro protagonista dell’accordo, ha ottenuto dai deputati 5 Stelle il via libera sul nuovo lodo concordato col governo. Nel pomeriggio il premier e la guardasigilli hanno perfezionato il testo a Palazzo Chigi, in modo che entro giovedì sera la commissione Giustizia di Montecitorio possa votarlo, e consegnare l’intero ddl penale all’Aula. In ogni caso l’intesa fra esecutivo e pentastellati prevede che vengano esclusi dall’improcedibilità per durata eccessiva i reati di mafia, oltre a quelli di terrorismo. Mentre per la corruzione è confermato il termine più ampio sia in appello ( 3 anni) che in Cassazione ( un anno e mezzo) «Viene recepita la nostra concezione della giustizia», spiega al Dubbio il deputato M5S Gianfranco Di Sarno dopo la riunione con Conte. Tutto è reso possibile dal doppio altolà inflitto ieri a Forza Italia, che chiedeva di inserire nella riforma penale anche correttivi “sostanziali” su abuso d’ufficio e altri reati contro la Pa: prima il presidente della Camera Fico ha respinto il ricorso azzurro contro l’inammissibilità delle modifiche, poi la commissione Giustizia ha bocciato, a maggioranza, la “domanda di riserva” avanzata dai berlusconiani: allargare il perimetro dell’intero ddl.

E alla fine la soluzione arriva. Con una carambola millimetrica ma arriva. Già domani Mario Draghi e Marta Cartabia potrebbero portare in Consiglio dei ministri un nuovo “maxiemendamento” sul ddl penale, modificato, rispetto al testo di inizio luglio, solo in un punto: l’esclusione della improcedibilità per tutti i reati di mafia ( e di terrorismo). Sarà confermata un’altra modifica sollecitata dal Movimento 5 Stelle ma in realtà già presente nella proposta Cartabia di venti giorni fa: la concessione di un tempo maggiore ( tre anni in appello, un anno e 6 mesi in Cassazione) per i reati contro la Pa. E la lunga partita sul processo dovrebbe finire così, con un’ultima incognita sulle fattispecie da destinare al potenziale “fine processo mai”: i grillini chiedono in modo chiaro che vengano lasciati liberi da tagliole anche i reati minori commessi in un contesto mafioso. Come spiega al Dubbio un deputato che rappresenta il Movimento in commissione Giustizia, Gianfranco Di Sarno, «noi intendiamo veder accolte le richieste di quei magistrati che rischiano la loro vita sul campo». Nicola Gratteri e Federico Cafiero de Raho non fanno distinzione: anche l’aggravante contestata a un rapinatore deve far scattare il processo no limits, altrimenti salta il potere investigativo che proprio nei “pesci piccoli” trova la sua forza. Dettagli non secondari, certo. Ma Draghi e Cartabia hanno vinto. Sul piano politico portano a casa un risultato notevole. Ci arrivano in una giornata che vede disputare molte partite parallele. A Palazzo Chigi, presidente del Consiglio e ministra della Giustizia si vedono in mattinata e poi di nuovo nel pomeriggio per definire il testo, rassicurati dall’esito della riunione fra Giuseppe Conte e i deputati del Movimento. Il predecessore di Draghi a Palazzo Chigi, appunto, gioca la sua sfida più difficile: nell’incontro mattutino, definisce una volta per tutte la linea con i rappresentanti grillini alla Camera. Sempre alla Camera si chiude a favore del governo l’altro fronte aperto sulla riforma penale: prima il presidente Roberto Fico respinge il ricorso proposto da Forza Italia contro l’inammissibilità degli emendamenti azzurri su abuso d’ufficio e corruzione, poi la commissione Giustizia boccia a maggioranza la “domanda di riserva” avanzata dai berlusconiani, ossia allargare la materia stessa del ddl penale. Oltre a FI, votano a favore solo Lega e Fratelli d’Italia: in tutto fanno 19 voti, contro i 25 degli altri. Si schierano contro il pressing berlusconiano non solo M5S, Pd e Leu, ma anche Azione e Italia viva. «Si è creata una maggioranza giustizialista», commenta amaro l’azzurro Pierantonio Zanettin.

Disinnescata l’ultima mina, da oggi inizia la corsa a rotta di collo in commissione: due giorni per sciropparsi i 400 emendamenti sopravvissuti alla selezione dei partiti. Entro domani sera si dovrebbe votare il mandato ai relatori, Franco Vazio del Pd e Giulia Sarti del Movimento, sempre domani in Consiglio dei ministri via libera politico all’emendamento Cartabia nuova versione, senza le tagliole per mafia e terrorismo. A quel punto servirà un testo governativo riformulato in commissione. A meno di volersi presentare venerdì in Aula col vecchio ddl Bonafede e porre la fiducia non solo sull’intera riforma ma anche su una mezza dozzina di spezzoni ricavati dall’emendamento Cartabia. Facile, no?

Hanno vinto Draghi e la guardasigilli, c’è poco da dire. Non perché l’intesa sia tecnicamente il top, ma s’è comunque trovato in 5 mesi il bandolo di una matassa aggrovigliata da inizio legislatura. Ha vinto anche Giuseppe Conte? Lo si capirà la settimana prossima, a partire dal 4 agosto, quando si voterà sulla piattaforma Rousseau: l’incoronazione dell’Avvocato a presidente 5 Stelle dovrà reggere all’accordo sul penale. Ma intanto sì, Conte è riuscito a condurre alla mediazione almeno il gruppo pentastellato di Montecitorio. Di Sarno, parlamentare eletto in Campania e, soprattutto, anche lui di professione avvocato, spiega ancora: «Noi abbiamo chiesto di escludere tutti i reati di mafia, oltre che il terrorismo, dalla improcedibilità, anche le fattispecie non punibili con l’ergastolo. Inclusi i processi per reati minori, se all’imputato si contesta anche il concorso esterno o l’aggravante mafiosa». È appunto la norma necessaria, come ricordato sopra, a procuratori come Gratteri. «Sulla corruzione abbiamo chiesto che ci sia più tempo, 3 amni in appello e un anno e mezzo in Cassazione, prima che i processi si estinguano». E se la formulazione in arrivo da Palazzo Chigi escludesse i reati minori di contesto mafioso? «Noi abbiamo avanzato richieste chiare», risponde Di Sarno, «la tutela dei magistrati antimafia è una priorità assoluta». Quadro definito. Anche se resta il rischio di possibili effetti distorsivi: le Procure potrebbero usare il contesto mafioso per mettere spalle al muro i piccoli criminali periferici al clan.

Tra i vittoriosi del “turno di finale”, nella lunga partita sul processo, c’è anche il Partito democratico. «Abbiamo respinto, insieme col M5S e altre forze, il tentativo di affossare la riforma della giustizia», dice al Dubbio il capogruppo dem in commissione Alfredo Bazoli. «Speriamo che l’ostruzionismo della destra finisca qui, che ora si proceda davvero ad approvare una riforma attesa dal Paese e dall’Europa. Anche se», non nega il parlamentare Pd, «sul piano procedurale permangono problemi di non poco conto. Un unico maxiemendamento in Aula sarebbe vietato dei regolamenti d Montecitorio: perciò, piuttosto che aggirare il divieto con emendamenti spezzettati, e fiducie separate su ognuno, credo che l’esecutivo potrebbe riformulare in commissione il primo emendamento Cartabia, in modo che da venirne fuori con un testo aggiornato all’ultima intesa». Dopo tante contorsioni sul merito, il minimo è che l’iter ne uscisse accartocciato come un’utilitaria dopo un sinistro. Ma dopo tre anni, cosa volete che sia?

Da Il Dubbio

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