Ti ricordi la sinistra unita?
Saggi e smemorati assediano Schlein, ma lei tira dritto Prodi, D'Alema, Bertinotti... I protagonisti del centrosinistra che fu regalano alla leader dem una pioggia di consigli (non richiesti), senza dimenticare che quando toccò a loro non sempre trovarono soluzioni brillanti.
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Effetto amarcord per Elly Schlein. I protagonisti del centrosinistra che fu regalano alla leader dem una pioggia di consigli non richiesti. Romano Prodi è il più assiduo. L’ex premier è il leader in nome del quale Schlein è scesa in campo, ai tempi della battaglia contro i 101 che lo tradirono nel voto per il Quirinale. Oggi sul Corriere, il prof non fa sfoggio di riconoscenza. Dopo aver parlato della sinistra che volta le spalle al paese, dice senza mezzi termini che non è di un leader radicale che l’Italia ha bisogno ma di uno riformista concreto. Che non paghi il pegno alla “bertinottite”, la malattia che colpì i suoi due governi – 1996 e 2006 – falcidiati anzitempo dalle tensioni interne (durarono 886 giorni il primo e 722 il secondo). Torna in campo per un giorno anche Massimo D’Alema. Anche lui innamorato dell’Ulivo: “Sbagliammo qualcosa sulla flessibilità, ma coniugammo rigore dei conti pubblici e redistribuzione della ricchezza”, dice. A differenza di Prodi, D’Alema è tuttavia convinto che ora serva un leader alla Mamdani. Nota a margine: D’Alema regala una stoccata a quelli che “non avendo responsabilità politica” invece di tacere “danno direttive”. Chissà se ce l’ha con Prodi.
Chiamato in causa, riecco anche Fausto Bertinotti. “Quella di Prodi è un’ossessione, se l’è legata al dito”, dice l’ex leader di Rifondazione, anche lui affascinato dal nuovo sindaco di New York. Tutti vogliono risolvere il rebus del Campo largo e cioè se serva un leader alla Mamdani – come pensano Bertinotti e D’Alema- o uno moderato, un riformista concreto – come invece sostiene Prodi e con lui una vasta schiera di ex Margherita. A ben guardare, vent’anni dopo, lo stato del dibattito non è poi cambiato troppo. Con un effetto paradossale: gli uni e gli altri tessono le lodi dell’Ulivo, l’alleanza tra Ds e Margherita che fu l’architrave del Pd. Ma che non era ancora il Pd. E dunque: sarebbe forse meglio tornare a quando i partiti erano divisi? “Bisogna avere il coraggio di dire la verità: era meglio prima. Guardiamo ai dati: noi abbiamo vinto due sole volte, e tutte e due le volte quando candidato premier era Romano Prodi. Certo, era anche merito della legge elettorale, di impianto maggioritario. Ma il professore è l’unico che ci ha fatto vincere”, dice all’Huffpost Enrico Boselli, all’epoca del secondo governo Prodi leader dello Sdi, i socialisti che con Ds e Margherita formarono un’alleanza nell’alleanza, il triciclo. Non ha fatto molta strada. “Guardiamo le cose come stanno: non eravamo maggioranza prima ma meno che meno lo siamo adesso. Per cui tutto questo dibattito su chi debba guidare il centrosinistra, mi sembra lunare… Una cosa è certa, con il campo largo non andiamo da nessuna parte”. Boselli ha una caratteristica che lo rende raro nel panorama politico. Dopo aver perso le elezioni del 2008, ha smesso. “Ho scelto di andare ai giardinetti, per stare con la famiglia. Non ho rimpianti e non ho sofferto troppo”, spiega. Questo rende la sua analisi più obiettiva. A proposito dell’Ulivo: pur vincente, quella coalizione non durò. Non è così? “La rottura di Bertinotti è stato un fatto grave. Al fondo fu lui a liquidare il centrosinistra in Italia. La crisi nasce da lì e purtroppo vedo che il tempo non porta una riflessione positiva…”.
I consigli non richiesti dei “vecchi” del centrosinistra non scalfiscono la determinazione di Schlein. Prodi ha citato la riunione dei riformisti a Milano e quella degli ulivisti di Ruffini, che si terrà a Roma sabato. Che lo voglia o no, diventerà il riferimento di chi cerca di sbarrare la strada a Schlein. Ma al Nazareno scelgono di non commentare le sue parole e quelle di D’Alema. Fanno notare, tuttavia, che le critiche per un deficit di riformismo cadono nel giorno in cui le opposizioni presentano 16 emendamenti comuni alla manovra, mentre quelli dei partiti di governo superano i 1600. Quanto allo stato di salute del partito – aggiungono – parla chiaro il nuovo record di 632mila donazioni volontarie del 2 per mille, che portano nelle casse del partito oltre 10 milioni e mezzo di euro. Per dirla con il tesoriere Michele Fina, che ha risanato i conti dem, “il Pd è una comunità con molte anime ma questo non è affatto incompatibile con l’esigenza di avere una linea chiara”. A fine novembre, a Montepulciano, le correnti di sinistra – Areadem, bersaniani, e orlandiani – stringeranno un nuovo patto attorno alla segretaria. Nonostante le pressioni, Schlein non depone l’ambizione di arrivare in fondo alla corsa per la premiership. Mentre i vecchi dubitano sulla sua caratura da leader, sui suoi social campeggia la foto della stretta di mano con Giorgia Meloni. Testardamente alla meta. Unitaria o meno.
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