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Schlein rottama i moderati e sfida la sinistra radicale

Salario minimo, welfare e Stato: il Pd cambia pelle per conquistare Palazzo Chigi, ma rischia di perdere il centro.

Schlein rottama i moderati e sfida la sinistra radicale

Salario minimo, lotta alla precarietà, welfare e intervento pubblico: la segretaria del Pd prepara una svolta identitaria, convinta che il vento sia cambiato e che sia l’unico modo per vincere primarie e elezioni. Ma resta il nodo dei moderati e quello, irrisolto, della politica estera

“Buona fortuna? Ne ho davvero bisogno. Sarà dura…”, sospirava ieri sera Elly Schlein sotto il palco del teatro Umberto, dove Dario Franceschini aveva appena presentato il suo ultimo romanzo. Giuseppe Conte poco distante annuiva, sorrisetto stampato sotto al ciuffo e una rivelazione in canna: “Ho incontrato Elly, ha detto no a una figura terza. Vuole a tutti i costi le primarie”.

Vero, verissimo. La segretaria del Pd pretende di andare alla conta, perché è convinta di vincere. Non solo le primarie, anche le elezioni. Elly crede di aver individuato finalmente la strada e le ricette giuste: tornare a essere, senza se e senza ma, Elly Schlein. Dire e fare cose dichiaratamente e smaccatamente di sinistra, archiviando quell’ambiguità che le è servita finora a tenere buoni i maggiorenti del partito. Mostrarsi, insomma, corpo e anima di…sinistra, modus vivendi per anni malvisto ed emarginato nel Pd a “cultura maggioritaria” del riformista Walter Veltroni prima, e del turbo liberal riformista Matteo Renzi, poi. Tant’è che nel 2017 vi fu la scissione di Articolo 1 di Pierluigi Bersani e Roberto Speranza.

Ora, però, essere di sinistra torna di moda. Al Nazareno fanno ingolosire e sognare i successi del laburista radicale Andy Burnham approdato a Dowing Street, del socialista Zoran Mamdami diventato sindaco di New York, dell’esponente della Linke Elif Eralp che ha espugnato Berlino. Tre successi ottenuti cavalcando proposte radicali su casa, scuola, sanità, ritorno dello Stato in settori chiave. Più statalismo e assistenzialismo, meno liberismo.

E attenzione, Elly che torna a fare Elly non dispiace, a sorpresa, ai moderati dem. Tutto si fa e si accetta – ora che è archiviato il progetto di un “federatore” del fronte progressista – pur di poter coltivare il sogno di condividere la vittoria. “Per battere questa destra populista”, dice l’eurodeputato Dario Nardella ad Huffpost, “serve una sinistra che riscopra la propria identità in maniera chiara, inequivocabile. E lo dico da riformista: le riforme di sinistra sono utili al Paese, tanto più che anche il ceto medio è in ginocchio e dunque si può intercettare un consenso molto ampio”.

Poco distante transita Beppe Provenzano, molto vicino alla segretaria. E, petto in fuori, il responsabile Esteri dem la mette così: “Elly in Direzione ha detto che vuole essere la prima premier di sinistra in Italia. Per riuscirci bisogna vincere la timidezza che per anni è stata una cappa sopra al Pd e dire cose e fare proposte dichiaratamente di sinistra”. “Ma anche D’Alema ha fatto il premier ed era di sinistra”, prova a minimizzare Nardella. E’ gioco facile però ricordare all’ex sindaco di Firenze gli appelli di Nanni Moretti al leader dei Ds a dire “qualcosa di sinistra”.

La scelta di Schlein non è di poco conto. Per decenni, coltivando la cultura di governo, l’ambizione della “vocazione maggioritaria”, il Pd ha appannato ruolo e immagine di forza di sinistra. Ora, con il proposito di espugnare Palazzo Chigi e di mettere la basi per non cedere il Quirinale alla destra estrema, al Nazareno si riscopre il radicalismo. “Il nostro proposito è di rafforzare il messaggio di sinistra, rendendolo più chiaro e visibile”, spiega il deputato Arturo Scotto, fedelissimo di Schlein, “e come facciamo da tre anni, batteremo sulle politiche del lavoro: il salario minimo, la lotta alla precarietà, la riduzione dell’orario di lavoro. In più rilanceremo il welfare: per noi il tema della sicurezza passa attraverso la sicurezza sociale”.

Schlein però ha un problema: non è riuscita, finora, a far passare e ad affermare nella pubblica opinione la nuova linea del Pd, un partito che nell’immaginario collettivo è forza di governo e di apparati, non di lotta. “Fin dall’inizio con Elly ci battiamo su temi cari alla sinistra, a cominciare dal piano casa”, dice Marta Bonafoni, “ma il Paese non se n’è accorto. Non fa notizia se chi è di sinistra fa la sinistra”. Detto questo, secondo la coordinatrice della segreteria dem, “la sinistra deve tornare a fare la sinistra. Ma moderna, non da naftalina. La nostra sarà una politica popolare non populista, perché guarda agli interessi del popolo e non si limita, come fa la destra, a cavalcarne le paure”. E i riformisti? Come la mettete con l’ala destra del partito? “La nostra radicalità sta nell’essere vicini ai problemi reali delle persone. Il riformismo calato dall’alto ha allontanato gli elettori, è ora di riavvicinarli…”.

Roberto Speranza, uno dei leader del Correntone che sostiene Elly senza voler rompere i ponti con la destra del partito, fa il pontiere. Spiega, attraverso Huffpost, che nessuno pensa di “riportare il Pd indietro nel tempo”. Nessuno ha nostalgie delle vecchie parole d’ordine operaiste. “Dobbiamo parlare a un mondo largo”, teorizza l’ex ministro della Salute, “la chiave è la questione sociale, è il costo della vita: a essere in ginocchio non sono solo le famiglie a rischio povertà, ma l’intero ceto medio. Nessuno arriva più a fine mese, dopo che in quattro anni il carrello della spesa è salito del 25% e il potere d’acquisto è calato”. Speranza, in più, si dice convinto che “la lotta al carovita può saldare l’intera coalizione: non stiamo mica parlando di collettivizzazione dei mezzi di produzione, ma di ciò che brucia quotidianamente sulla pelle della gente. Vedrete, sulla difesa del ceto medio nessuno avrà da ridire”.

C’è però un grande ma. C’è che al Nazareno temono che valga ancora la vecchia conventio ad excludendum. L’ha detto chiaro Schlein all’ultima direzione: “C’è una parte di establishment che non vuole un leader di sinistra a palazzo Chigi”. Elly è stata contagiata dal vittimismo e dal complottismo caro a Giorgia Meloni? “È la storia a dire che in Italia non ha mai governato la sinistra dura e pura o un leader di sinistra e, quando stava per accadere, come nel Dopoguerra con l’attentato a Togliatti o nella fine degli anni Settanta, in Italia sono accadute cose piuttosto brutte…”, fanno filtrare dalle stanze del Nazareno.

Sospetti, timori, caccia ai fantasmi a parte, Elly ha un altro grosso problema: non far scappare, con la svolta radicale, gli elettori moderati. La sua speranza è che a intercettare questi voti sia Matteo Renzi, assieme ad altri centristi come Ernesto Maria Ruffini, Gianni Gabrielli, Vincenzo Spatafora, + Europa di Riccardo Magi. “Il contributo delle forze moderate è importante”, sostiene Scotto, “solo con la loro alleanza riusciremo a fermare la destra. Dobbiamo aggregare tutti quelli che, in difesa della Costituzione, sono alternativi a Meloni”.

Si vedrà. Nel frattempo, un po’ di chiarezza sulla politica estera, su riarmo e sostegno all’Ucraina, non guasterebbe. Ma di questo nessuno preferisce parlare. Meglio, per ora, tenere la polvere sotto al tappeto.

di Alberto Gentili su Huffpost

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