Quello della Sea Watch fu un fermo illegittimo
Il governo sceglie lo scontro, ma le decisioni incriminate riguardano meri vizi burocratici.
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Prima i giudici di Palermo, poi quelli di Catania. Per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, le occasioni per declinare il binomio migranti-magistratura in chiave elettorale non mancano e, soprattutto, non vengono lasciate cadere. È una strategia lucida: trasformare le aule di giustizia in un palcoscenico per raccattare consensi in vista del referendum costituzionale, forse il più difficile della storia repubblicana. Le ultime due decisioni dei Tribunali – il risarcimento per la vicenda che coinvolse la “capitana” Carola Rackete e l’annullamento, ieri, del fermo per la Sea Watch 5 – sono state immediatamente risucchiate dal vortice del centrodestra per sostenere le ragioni della riforma. Poco importa che, a ben guardare le carte, tali decisioni nulla hanno a che fare con le politiche migratorie in sé, ma riguardino imbarcazioni fermate in modo, secondo la magistratura, illegittimo.
La linea politica è un’altra: utilizzare un tema evidentemente sensibile per l’opinione pubblica per blindare il progetto del governo. L’ultimo capitolo è quello di Catania, che tocca nel vivo l’esecutivo sconfessando nel merito il decreto Piantedosi. Il fermo della nave era stato disposto a fine gennaio, con una multa di 7.500 euro. La “colpa” della ong? Aver salvato 18 persone senza coordinarsi con le autorità libiche, le quali, stando ai racconti dell’equipaggio, avevano intimidito gli uomini a bordo. Ma il vero scontro frontale si è consumato 24 ore prima, quando Giorgia Meloni ha diffuso un video dai toni durissimi contro i giudici civili di Palermo, “colpevoli” di aver sanzionato il governo per 76mila euro a causa del fermo illegittimo della Sea Watch 3.
È stato l’innesco di un nuovo attacco alla magistratura, sferrato nonostante il monito alla leale collaborazione lanciato solo poche ore prima dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un richiamo rimasto inascoltato: a Palazzo Chigi, chiunque cercasse un commento alle parole del Capo dello Stato trovava solo porte chiuse e bocche cucite. Difficile immaginare che da quel silenzio si arrivasse, nel giro di poche ore. A dare manforte alla narrazione della premier è arrivata ieri la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa.
Il presidente del Senato ha sposato in toto la linea di Palazzo Chigi: «Credo sia sotto gli occhi di tutti l’abnormità di una sentenza che vuole premiare chi aveva speronato una nave italiana». Un commento netto, arrivato però prima ancora di aver letto le motivazioni del provvedimento.
Un vizio di forma e di sostanza fatto notare da Luigi Patronaggio, procuratore generale di Cagliari ed ex procuratore di Agrigento, che ben conosce il braccio di ferro sui migranti dai tempi di Matteo Salvini al Viminale. «Le sentenze vanno lette con onestà intellettuale e corretti strumenti giuridici», ha scandito Patronaggio. Il magistrato ha spiegato che nella decisione di Palermo non c’è politica, ma solo il riconoscimento di un danno per un provvedimento amministrativo non giustificato. «Per banalizzare – ha aggiunto – il caso non è differente da chi si vede sequestrata l’auto dai vigili senza un valido verbale. L’unica differenza è che il ricorrente si chiama Sea Watch e non Paolo Rossi». Anzi, a guardare bene tra le righe, una scelta “politica” in senso lato il giudice l’ha fatta: ha negato alla Ong il danno morale per l’attività umanitaria. Un punto, paradossalmente, a favore della pubblica amministrazione.
Eppure, la propaganda non si ferma davanti ai tecnicismi. Al Csm l’aria era pesante; alcuni consiglieri avevano ipotizzato una richiesta di pratica a tutela per i magistrati palermitani, poi accantonata probabilmente per non esasperare il clima dopo la visita di Mattarella. «Il tema dell’immigrazione non c’entra nulla – confida un consigliere – si trattava solo di capire se fosse stata applicata correttamente la regola del silenzio-accoglimento».
In diritto, i termini della questione erano chiari già nel 2020, ben prima dell’insediamento del governo Meloni. La sentenza, in sintesi, nasce dal silenzio del Prefetto di Agrigento davanti a un ricorso della ong: per l’articolo 19 della legge 689/1981, quel silenzio equivale a un accoglimento. Il fermo della nave doveva dunque cessare automaticamente. Non averlo fatto è stata una condotta colposa dello Stato, che ora deve pagare i costi portuali e il carburante inutilmente consumato. Tuttavia, Maurizio Gasparri non ha dubbi e usa il risarcimento a Rackete come un grimaldello per giustificare la bontà della separazione delle carriere. «È ora di finirla con episodi che offendono la legalità», ha tuonato. Ma il dubbio rimane: come può una riforma ordinamentale cambiare l’esito di un giudizio tecnico basato sulla semplice violazione delle procedure? D’altronde, a dimostrare che la magistratura non agisce per pregiudizio ideologico, è intervenuta sempre ieri la decisione del Tar del Lazio sul ricorso della ong Sos Humanity.
In questo caso, i giudici amministrativi hanno dato ragione al governo, stabilendo che in alto mare le navi sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Motivo per cui il divieto di sosta imposto alla nave nel 2022 era legittimo, poiché l’imbarcazione si era diretta verso l’Italia ignorando porti sicuri più vicini. Secondo i magistrati, lo Stato italiano non aveva l’obbligo di riscontrare la richiesta di porto sicuro (Pos) se la zona Sar non era di sua competenza. Il quadro che ne emerge è un mosaico complesso, dove la legalità rischia di essere percepita come un abito su misura: da esaltare quando asseconda il governo e da delegittimare quando lo sconfessa.
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