Anno: XXVIII - Numero 26    
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Il paradosso della Flotilla

Se i giornalisti sono "embedded" la spedizione non è già più un trionfo di libertà.

Il paradosso della Flotilla

Se si vuole ammantare il viaggio di un alone romantico e avventuroso, è indispensabile mostrarsi all’altezza della scenografia. E in primo luogo lasciare ai giornalisti tutti gli spazi per vedere, indagare e riferire. Se invece si vuole proteggere il copione già scritto, allora sono legittimi tutti i sospetti

Il paradosso della Flotilla è diventato evidente con l’espulsione della giornalista della “Stampa” di Torino, Francesca Del Vecchio. Non avrebbe rispettato le regole stabilite per accogliere a bordo gli inviati dei quotidiani, come ha spiegato la portavoce del gruppo. Regole che comprendono in particolare “obblighi di riservatezza”, senza i quali viene meno il rapporto di fiducia che deve legare i navigatori (sembra che siano in procinto di levare l’ancora dopo un congruo periodo di rodaggio) e, appunto, i giornalisti. Qualcuno aveva capito male; aveva inteso che la Flotilla diretta a Gaza fosse un trionfo di libertà. La fantasia al potere, si diceva nel 1968 francese, e ora quei principi erano trasferiti nel mezzo del Mediterraneo. Viceversa, le cose non stanno così. I rappresentanti della stampa, almeno quelli disposti a imbarcarsi sul naviglio ufficiale della spedizione, sono in realtà considerati “embedded”: una definizione che di solito sottintende – non stavolta – un giudizio critico verso chi impone ai giornalisti una rinuncia alla piena libertà di esercitare la loro professione.

“Embedded” erano gli inviati al seguito delle truppe americane nel Golfo e in Iraq: potevano scrivere solo quello che la censura permetteva loro. “Embedded”, o piuttosto esclusi del tutto dalle operazioni sul campo, sono i giornalisti che vorrebbero raccontare quello che accade a Gaza, ma sono stretti fra la disinformazione di Hamas e il severo controllo militare israeliano. In breve, non è quello che vogliono i giornali, eppure talvolta sono costretti a sottostare alle norme scritte da altri. Ma la Flotilla? Ci era stato detto che si trattava di un’operazione umanitaria per sfamare la popolazione civile e che la stampa era la benvenuta perchè il mondo deve sapere chi è per la pace e chi per la guerra. Adesso si scopre che il viaggio è attraversato da molte ombre che non si possono raccontare. Ma il punto singolare, e appunto paradossale, è un altro. Tra coloro che commentano il caso Del Vecchio c’è chi usa questo argomento: l’episodio è molto spiacevole, ma non inficia la bontà dell’iniziativa. Davvero? Si direbbe tutto il contrario. Se si vuole ammantare il viaggio della Flotilla (in italiano semplicemente Flottiglia) di un alone romantico e avventuroso, è indispensabile mostrarsi all’altezza della scenografia. E in primo luogo lasciare ai giornalisti tutti gli spazi per vedere, indagare e riferire. Anche se questo espone il progetto nautico a qualche rischio. Se invece si vuole proteggere il copione già scritto, allora sono legittimi tutti i sospetti. Le due cose insieme non sono possibili. Proviamo a vedere la vicenda in dettaglio. Un giornalista a bordo non può essere obbligato a sottostare a regole rigide con il ricatto morale di renderlo responsabile del fallimento della missione. Questo lo costringerebbe a un continuo e abbastanza ridicolo processo di autocensura.

di Stefano Folli

 

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