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Il giudice salva la Costituzione se dà ragione al pm anche quando viola la legge

Il paradosso del caso Esposito: si è detto che le carriere non posso essere separate perché giudice e pm stanno con lo Stato, mentre l’avvocato col suo assistito. Così l’errore giudiziario condanna gli innocenti ma preserva la Carta.

Il giudice salva la Costituzione se dà ragione al pm anche quando viola la legge

La vicenda giudiziaria che ha investito la vita di Stefano Esposito, tenendolo appeso al filo di un processo, anche mediatico, per sette anni, è estremamente significativa per le conseguenze che un fatto del genere produce sull’esistenza, sulla salute, sulla professione, sulla reputazione di una persona, tanto più se innocente e tanto più se l’accusa è fondata su elementi di prova che oltre che inconsistenti sono pure illegittimi, cioè acquisiti e portati nel processo in violazione di precise disposizioni di legge.

Tutte cose che abbiamo già visto penserà qualcuno, dal processo a Enzo Tortora fino al caso di Beniamino Zuncheddu, rimasto in carcere da innocente per 33 anni: sono casi patologici che non intaccano la solidità del sistema, anche i giudici possono sbagliare, si sa. E poi, pensano i più affezionati al funzionamento della giustizia in Italia, tutto è bene quel che finisce bene, gli innocenti alla fine vengono assolti, prosciolti, liberati e il tempo che ha logorato le loro vite è il prezzo da pagare per un meccanismo così sano che la verità la fa venir fuori, prima o poi.

E invece no: la storia di Stefano Esposito, sottoposto a indagine e poi rinviato a giudizio sulla base di centinaia di intercettazioni telefoniche e telematiche effettuate al tempo in cui era senatore e acquisite agli atti del processo senza l’autorizzazione del Parlamento prevista dalla legge (140/2003), dice qualcosa di nuovo e di diverso proprio sullo stato di salute, anzi, di malattia del sistema.

E lo dice non tanto a proposito delle sanzioni inflitte ai due magistrati – il pm che ha portato come fonti di prova dell’accusa le intercettazioni illegittimamente acquisite e il giudice dell’udienza preliminare che le ha ammesse a fondamento del rinvio a giudizio –  comminate dalla sezione disciplinare del Csm (Consiglio superiore della magistratura) e confermate il 7 aprile dalle Sezioni unite civili della Cassazione.

E non lo dice nemmeno tanto sui tempi della giustizia, cioè uno degli affanni che costituivano il patrimonio benaltrista degli oppositori alla riforma costituzionale, snocciolato a ogni occasione di dibattito. In fin dei conti Zuncheddu, dopo un velocissimo processo (così fu, nel suo caso), dovette aspettare 33 anni tra le mura di una cella prima di essere riconosciuto innocente.

No, la vicenda di Stefano Esposito dice tutto quello che c’è (ancora) da dire a proposito della terzietà del giudice che a parere dei sostenitori della salvezza della Costituzione non può arrivare a separare la cultura di pm e giudici perché entrambi agiscono per lo stesso interesse pubblico della verità e della difesa sociale dalle aggressioni recate da chi commette reati.

Insomma, c’entra con quella riforma dell’ordinamento giudiziario a cui gli italiani hanno rinunciato (per sempre) in nome dell’integrità della Costituzione e dei pericoli del “contesto” storico-sociale-politico, altrimenti detto, fuori del linguaggio dell’intellighenzia, del governo Meloni.

Ma gli errori giudiziari non c’entrano nulla con la separazione delle carriere, è stato obiettato sempre durante la campagna referendaria.

Vero: la separazione delle carriere dei magistrati non avrebbe evitato tutti gli errori giudiziari. Quelli determinati dall’affidamento precostituito del giudice alla tesi d’accusa offerta dal pm magari sì, però.

Proviamo a pensare a una vicenda giudiziaria come quella di Stefano Esposito ma a parti invertite, o meglio, a prove invertite. Proviamo a pensare al caso in cui un difensore porta a discapito totale della responsabilità del suo assistito e, quindi, della tesi del pm, un elemento di prova acquisito contro le regole di legge. Possiamo credere che il giudice lo ammetterebbe agli atti del processo, fonderebbe su tale elemento una decisione assolutoria, o almeno si porrebbe il dubbio se fare l’una e l’altra cosa e chiederebbe consiglio a colleghi di maggiore esperienza, come ha fatto il giudice dell’udienza preliminare di Esposito?

No, a meno di non essere in una delle puntate dell’Avvocato Ligas, la serie dedicata ai casi di un geniale quanto trasgressivo avvocato, il giudice non correrebbe il benché minimo rischio di incorrere in una violazione disciplinare per ammettere una prova liberatoria assunta contro la legge. Non si porrebbe nemmeno il dubbio sul da farsi, come sembrerebbe essere successo nel caso Esposito.

Il perché di questo diverso trattamento delle parti ce l’hanno spiegato in tutte le lingue, durante la campagna referendaria, i magistrati-giudici: perché il giudice guarda al pm, nato, cresciuto e vissuto nella stessa famiglia e con gli stessi libri, come alla parte pubblica, che sta dalla parte dello Stato, come lui, e agisce per l’accertamento della verità, come lui. Il difensore, ci hanno detto, sta dalla parte del suo assistito, dei suoi interessi privati e per difenderlo deve fare di tutto, anche al limite della menzogna. Non saranno mai parti pari, davanti e agli occhi del Giudice, insomma.

Se poi la verità si rivela diversa da come l’ha presentata il pm, ci penserà un giudice successivo, più avanti, non importa quanto, a ristabilire l’ordine giusto delle cose: il sistema è sano, la giurisdizione unita funziona.

Ecco, non resta che spiegarlo bene ai vari Zuncheddu ed Esposito del presente e del futuro che il prezzo del loro sacrificio è la salvezza della Costituzione.

di  Emilia Rossi su Huffpost

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