Il compagno che sbaglia. Meloni si tiene Trump e i suoi errori
E il bazooka di Macron è lo strumento migliore per demolire tutto.Da Seoul la premier dice di non condividere i nuovi dazi annunciati da Washington. Ma con l’alleato è meglio restare alleati.
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Calma e gesso. Come quest’estate, quando Donald Trump sventolava dazi monstre contro l’Unione europea. Anche oggi, di fronte a dazi al 10% contro gli Stati europei che hanno inviato militari in Groenlandia, quindi ritorsioni politiche più che commerciali volute dagli Stati Uniti, la linea del governo non cambia. “Evitare la guerra commerciale” è la priorità dell’esecutivo, dove il bazooka invocato da Emmanuel Macron trova scarsa approvazione. Uno strumento troppo “pesante”, che va tenuto nel cassetto.
I guai dell’Europa la inseguono fino a Seoul. La premier lascia la Corea del Sud, ultima tappa del tour asiatico, e si immerge di nuovo nel grattacapo tariffario che la attende a Roma. L’offensiva trumpiana non è piaciuta nemmeno a chi, come lei, professa nervi saldi e alleanza ferrea con Trump: “Gli ho detto che ha sbagliato”, confessa la premier, che ha sentito il tycoon al telefono.
L’agenda è fitta di impegni. Giovedì Meloni è attesa a Bruxelles, per il consiglio europeo straordinario. Poi, ma non c’è conferma, potrebbe fare un salto in Svizzera. Meloni “non partecipa al forum di Davos”, spiegano da Chigi. Ma l’occasione è ghiotta per avere un face to face con Trump, anche se il tavolo su Ucraina e Gaza potrebbe slittare. Una notizia che non sorprende, viste le tensioni del weekend.
Nelle difficoltà, però, la premier ritrova l’alleato più bizzoso: quel Matteo Salvini che negli ultimi mesi tanto l’ha fatta penare e che ora le spiana la strada smontando il bazooka invocato da Emmanuel Macron. Il presidente francese, quantomeno sgradito dal leghista, ha proposto di attivare lo strumento anti-coercizione in sede Ue contro i dazi trumpiani (che da giugno salirebbero al 25%). “Abbiamo gli strumenti a nostra disposizione e al momento nulla è fuori dal tavolo”, conferma il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis. Parole che, secondo il vicepremier, arrivano dopo una reazione “scoordinata” da parte dell’Ue.
Un assist per Meloni, che dalla Corea definisce i dazi trumpiani “un errore” ma non per questo bisogna abbandonare il “dialogo”. Imperativo: “Evitare l’escalation”. A Roma, fonti autorevoli bollano il bazooka, valutato anche dalla Germania del cancelliere Friedrich Merz, uno strumento “pesante”, che può essere attivato solo con “presupposti giusti”. Insomma, non quelli presenti oggi.
Una linea, quella di Meloni, anticipata da due suoi ministri. L’ascoltatissimo Guido Crosetto, che ritiene i 93 miliardi di controdazi “il modo peggiore per rispondere”, senza scordarci “che siamo alleati da 76 anni”. E Francesco Lollobrigida, che ringrazia la premier che “sta lavorando per evitare una potenziale guerra commerciale che non avvantaggia certamente nessuno”. Anche perché sono note le stime dei dazi già fissati in estate da Trump, dopo una lunga trattativa. Rispondere per le rime, ragionano nel governo, potrebbe far saltare anche quel faticoso impianto.
Preservare l’alleanza con gli Usa a tutti i costi o quasi. Sicuramente senza fughe in avanti. “Non c’è un problema politico con la Lega su questo punto”, dice Meloni nell’ultimo punto stampa prima del volo per l’Italia. Nessun distinguo con Salvini sui dazi, che oggi torna in radio per rinverdire il suo monito: “L’importante è che a provocazione non segua provocazione, non è così che si risolvono i problemi, serve diplomazia”. Una postura decisamente trumpiana, condivisa seppur con più distacco da Palazzo Chigi, dove invece vengono scartate le esultanze di Claudio Borghi, senatore leghista in festa per i dazi a Parigi e Berlino.
La prudenza è la chiave. Meloni cerca ancora il dialogo con Trump. Spera di ribadirglielo nei prossimi giorni. Perché “una guerra commerciale avvantaggia solo i competitor dell’Occidente”, spiega Antonio Tajani. Parole uguali a quelle pensate da Chigi, dove l’equilibrismo tra Washington e Bruxelles è un lavoro continuo. Di cui le opposizioni vogliono tenere conto: “Meloni venga in aula prima del Consiglio straordinario”.
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