I pacifisti selettivi, solidali con Gaza e non con Kiev
Gli ucraini non scaldano il cuore perché non soddisfano la condizione principale: non si difendono dall’Occidente, a differenza dei gazawi.
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Una vecchia storia che risale al Vietnam. Appunto non marginale su uno strabismo uguale e contrario: di chi solidarizza con gli ucraini ma non con i palestinesi
Quattro anni fa cominciava la guerra russo-ucraina. L’esercito del Paese più grande del mondo, superpotenza nucleare seconda solo agli Stati Uniti, invadeva un Paese sovrano infinitamente più piccolo. Da allora occupa illegalmente suoi territori, bombarda quotidianamente la sua capitale e tutte le sue città.
La resistenza degli ucraini ha impedito finora una totale vittoria della Russia. È una resistenza armata, dunque non può essere approvata da chi si riconosce nei princìpi della non-violenza. Ma il fatto che gli ucraini si stiano difendendo con le armi non cancella una verità essenziale, preliminare rispetto a ogni altra evidenza: in questa guerra c’è un aggressore e c’è un aggredito, c’è un carnefice e c’è una vittima. Nasce qui una domanda: perché in questi quattro anni le “vittime” ucraine non hanno mai scaldato i cuori dell’opinione pacifista? Ripeto: non è questione di essere o meno non-violenti.
Intanto non tutti i pacifisti si considerano non-violenti, nella storia anche recente dell’idea pacifista ci sono stati casi nei quali una parte almeno del movimento per la pace ha invocato il ricorso alla forza contro violenze considerate inammissibili. Avvenne negli anni delle guerre etniche nella ex-Jugoslavia, basti ricordare l’appassionato e disperato appello di Alexander Langer, tra i protagonisti del pacifismo europeo, per un intervento militare sotto le insegne dell’Onu – e di fronte all’immobilismo dell’Onu persino della Nato – che fermasse in Bosnia lo sterminio dei musulmani da parte delle milizie serbe.
Del resto, l’obbligo morale di distinguere tra carnefice e vittima è iscritto tra i fondamenti del pensiero pacifista, che nasce e si afferma nell’idea di tenere legati tra loro i valori di pace e giustizia. Ed è iscritto anche nel vocabolario della non-violenza gandhiana: Gandhi non solo ammetteva ma considerava irrinunciabile la lotta attiva contro l’ingiustizia, e per lui il non agire contro l’ingiustizia era un comportamento peggiore anche del combatterla con la violenza: “Credo – scriveva nel 1920 – che nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza”.
Gli ucraini sono vittime da quattro anni, ma per buona parte del mondo pacifista sono vittime “antipatiche”. La ragione è che il “davide” ucraino non soddisfa la condizione principale per essere difeso, appoggiato, sentito vicino come vittima di una guerra di aggressione: non si sta difendendo contro l’Occidente, si sta difendendo per diventare Occidente. E allora nelle argomentazioni di molti pacifisti, per esempio nelle piattaforme delle tre marce per la pace Perugia-Assisi tenutesi dopo l’inizio della guerra russo-ucraina, si chiedeva un immediato cessate-il-fuoco tra Mosca e Kiev ma senza mai attribuire i ruoli di carnefice e vittima. E allora piuttosto che denunciare la politica imperiale e criminale di Putin che violenta qualunque parvenza di diritto internazionale, ci si concentra sulle colpe della Nato – che dell’Occidente è incarnazione perfetta – per avere “provocato” il gigante russo inglobando nel proprio sistema militare molti ex-satelliti del mondo sovietico.
Colpisce, in questo senso, l’abisso radicale di empatia mostrato dalla sinistra pacifista verso l’Ucraina e verso Gaza. Nella guerra a Gaza, la regola per cui il “cattivo” deve essere occidentale è totalmente soddisfatta. C’è un popolo derelitto tragicamente massacrato – secondo molti compreso chi scrive vittima di genocidio – e c’è una Paese killer, Israele, che si considera avamposto occidentale ed è armato, finanziato, sostenuto in ogni modo dagli Stati Uniti metafora suprema dell’Occidente prepotente e imperialista.
Non è una novità questo strabismo pacifista che vede il male della guerra soltanto se compiuto nel nome dell’Occidente, che discrimina tra vittime simpatiche e antipatiche. Dura da oltre mezzo secolo. Nell’agosto 1968 mentre il movimento studentesco riempiva le piazze europee contro la guerra del Vietnam, restava del tutto indifferente davanti a un’altra guerra di aggressione: quella sovietica contro la Cecoslovacchia ribelle. Le vittime cecoslovacche non erano simpatiche ai pacifisti di allora. Qualche anno dopo la cantante Joan Baez, eroina della rivolta dei giovani americani schierati con le “vittime” vietnamite massacrate dalle bombe “yankee”, scrisse una lettera aperta al governo del Vietnam riunificato dopo la vittoria comunista accusandolo di calpestare con violenza ogni espressione di dissenso. Molti suoi vecchi compagni rifiutarono di firmare: avevano simpatizzato per le vittime vietnamite anti-americane, non amavano affatto queste anticomuniste.
Anche oggi i pacifisti strabici sono empatici a corrente alternata di fronte alle vittime di regimi dittatoriali che calpestano diritti e libertà: “caldi” e mobilitati contro le dittature alleate dell’Occidente, “distratti” (è un eufemismo), come nel caso della teocrazia degli ayatollah iraniani, se la dittatura è antioccidentale.
Va aggiunto, per completezza, che lo strabismo di fronte alle guerre non è una prerogativa solo pacifista. Ce n’è uno uguale e contrario che si è visto pienamente all’opera negli ultimi anni, protagonisti i governi europei: inflessibili nel condannare e sanzionare la guerra d’invasione della Russia in Ucraina, silenziosi e qualche volta complici davanti allo sterminio condotto da Israele a Gaza. Simpatico per l’Europa politica il “davide” ucraino perseguitato perché aspira a diventare Occidente, antipatico quello palestinese il cui carnefice è un Paese che dell’Occidente si vuole frontiera estrema nel mondo “barbaro”.
Ecco: i quattro anni di guerra russo-ucraina e i due e mezzo di sterminio israeliano a Gaza evocano gli uni e gli altri un analogo, insopportabile strabismo che seleziona i “davide” con cui solidarizzare in base a una scelta pregiudiziale su chi siano i “nemici” e chi gli “amici”, a prescindere da valori e diritti negati. Procedura, è quasi superfluo ricordarlo, che con l’etica non ha nulla a che fare.
di Roberto Della Seta su Huffpost
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