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Giustizia, i magistrati viaggiano in utilitaria

Copilot arriva nelle aule, ma senza una vera AI giuridica integrata.

Giustizia, i magistrati viaggiano in utilitaria

La giustizia italiana ha finalmente scoperto l’intelligenza artificiale. Ai magistrati è stato messo a disposizione Microsoft 365 Copilot. La notizia, raccontata così, ha perfino un certo fascino: innovazione, efficienza, modernizzazione. Tutto molto bene. Se non fosse per un dettaglio non proprio secondario: Copilot non è un’intelligenza artificiale giuridica. È un ottimo sistema generalista. Riassume testi, organizza documenti, elabora contenuti, confronta informazioni. Ma non nasce per il diritto, non è strutturalmente collegato a una banca dati giuridica certificata, non interroga nativamente Italgiure e non è stato costruito per comprendere la differenza tra un arresto delle Sezioni Unite, una pronuncia isolata e un orientamento superato. Insomma, sa fare molte cose. Ma non è un giurista. E la circostanza non deriva dalla malevolenza degli avvocati. La riconosce lo stesso Csm, che nelle proprie raccomandazioni ha segnalato la natura general purpose dello strumento e il rischio delle cosiddette «allucinazioni». Espressione elegante. In termini meno tecnologici significa una cosa assai semplice: può inventare.

Fin qui, nulla di scandaloso. Tutti i sistemi generativi possono sbagliare. Il problema comincia quando si guarda cosa sta accadendo, nel frattempo, negli studi legali. Qualche avvocato è certamente inciampato nell’intelligenza artificiale. Abbiamo letto di atti contenenti sentenze inesistenti, precedenti immaginari e citazioni mai pronunciate. Sono casi che hanno fatto molto rumore. Ma spiegano assai meno di quanto si creda. In quelle vicende il vero errore non era avere utilizzato l’intelligenza artificiale. Era avere utilizzato un’intelligenza artificiale generalista come se fosse una banca dati giuridica, senza nemmeno controllare il risultato. Più che un problema della tecnologia, un problema del professionista.

Nel frattempo, lontano dai titoli di giornale, l’avvocatura strutturata ha fatto esattamente il contrario. Gli studi che gestiscono il contenzioso vero, quello complesso, voluminoso, seriale o ad alta specializzazione, hanno investito somme considerevoli in strumenti di livello completamente diverso: piattaforme verticali, banche dati evolute, motori semantici, sistemi capaci di interrogare documenti e giurisprudenza restituendo fonti verificabili. La differenza non è cosmetica. Un sistema generalista può dirti: «La Cassazione ha affermato questo». Un sistema professionale dovrebbe dirti: «La Cassazione ha affermato questo qui. Questa è la sentenza. Aprila e controlla». Ed è esattamente così che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere utilizzata nel diritto. Non per sostituire il controllo umano. Per renderlo più rapido, più completo e, possibilmente, più intelligente. L’avvocato cerca con la macchina, poi verifica con la propria testa. Il giudice dovrebbe poter fare esattamente lo stesso.

E invece siamo arrivati a un curioso rovesciamento. Da una parte dell’aula può esserci uno studio legale dotato di strumenti verticali di altissimo livello, integrati con banche dati e archivi documentali. Dall’altra un magistrato al quale lo Stato offre Copilot. L’avvocato, pagando di tasca propria, viaggia in Ferrari. Il magistrato riceve l’utilitaria. Nuova, certamente. Con l’infotainment aggiornato. Ma sempre utilitaria resta. E se è vero, come viene riferito per la configurazione distribuita negli uffici giudiziari, che il sistema consente di caricare soltanto tre file per volta, il quadro assume una sfumatura quasi dadaista soprattutto in quei procedimenti nei quali una sola informativa può superare le cinquecento pagine; tre file in processi con intercettazioni, consulenze, annotazioni di polizia giudiziaria, memorie, allegati e migliaia di documenti. Altro che giustizia predittiva. Qui siamo alla giustizia a piccoli sorsi.

Il punto, dunque, non è essere favorevoli o contrari all’intelligenza artificiale. È una discussione già vecchia. L’AI è entrata negli studi professionali, nelle aziende e negli uffici pubblici. Entrerà sempre di più anche nella giurisdizione. La domanda seria è un’altra: quale intelligenza artificiale vogliamo mettere nelle mani di chi deve decidere della libertà, del patrimonio e dei diritti delle persone? Se la risposta è uno strumento generalista non integrato strutturalmente con le fonti giuridiche ufficiali, allora non stiamo davvero innovando. Stiamo semplicemente informatizzando il limite.

Ai magistrati servono sistemi costruiti per il diritto, collegati a Italgiure e alle fonti ufficiali, capaci di lavorare su fascicoli complessi, ricostruire cronologie, confrontare documenti, individuare precedenti e soprattutto mostrare sempre da dove proviene ogni informazione. Poi decide il magistrato. Naturalmente.Nessuna persona ragionevole propone di affidare una sentenza a un algoritmo. Ma proprio perché la decisione resta umana, sarebbe opportuno che la tecnologia messa a disposizione del decisore fosse all’altezza del compito.

L’avvocatura questo passaggio lo ha già compreso. Ha smesso di chiedersi se usare l’intelligenza artificiale. Si chiede quale usare. Forse sarebbe arrivato il momento che se lo chiedesse anche lo Stato. Perché annunciare che i magistrati hanno finalmente l’AI è certamente moderno. Scoprire poi che gli avvocati corrono in Ferrari mentre i giudici procedono in utilitaria lo è un po’ meno.

Marco Nigro Avvocato penalista del Foro di Salerno su Il Dubbio

 

 

 

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