Dl Sicurezza, incentivi ad avvocati per rimpatri.
Consiglio nazionale forense si dissocia Nel decreto approvato ieri dal Senato, un emendamento della maggioranza introduce un compenso per il legale che assiste i migranti per i rimpatri volontari.
Il Consiglio nazionale forense si dissocia dalla norma: “La Camera intervenga. In stesura non interpellati e non rientra in nostre competenze”. L’Organismo congressuale forense proclama lo stato di agitazione contro la novità: “Si ledono i diritti dei migranti”. Le reazioni politiche: “Siamo a un passo dall’Ice di Trump”
Venerdì 17 aprile l’aula del Senato ha approvato il decreto sicurezza che ora passa alla Camera con tempi stretti. Tra le novità inserite c’è un emendamento della maggioranza che una prevede una “spinta” ai rimpatri volontari assistiti dei migranti. Per incentivarli si è pensato a un compenso per l’avvocato che offre consulenza legale e informazioni al migrante interessato. La norma ha provocato dure critiche dalle opposizioni, mentre il Consiglio nazionale forense si è dissociato chiedendo modifiche a Montecitorio.
Secondo l’emendamento, con la modifica scatta un compenso al legale della stessa misura del contributo economico oggi previsto per il migrante, e pari a 615 euro. Sarà riconosciuto “ad esito della partenza dello straniero”. Nella relazione illustrativa dell’emendamento sono riportati i dati del ministero dell’Interno per cui nel triennio 2023-2025 sono stati circa 2500 i cittadini stranieri che hanno chiesto e aderito ai rimpatri volontari assistiti, in media 800 l’anno.
In una nota, il Consiglio nazionale forense ha preso oggi le distanze dalla norma che introduce un contribuito agli avvocati per l’assistenza legale sui rimpatri volontari dei migranti. “In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio nazionale forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il Cnf precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione”. Contenuta nell’articolo 30 bis del decreto, la novità è stata introdotta con un emendamento di maggioranza e prevede la “collaborazione” del Consiglio nell’assistenza legale e un suo ruolo nei contributi economici ai legali. Il Cnf quindi “chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”.
Anche l’Organismo congressuale forense (che è l’organismo di rappresentanza sindacale dell’avvocatura italiana) ha ribadito la contrarietà al decreto sicurezza lanciando lo stato di agitazione riguardo, in particolare, alla norma che prevede un compenso economico per l’avvocato che dia assistenza a un migrante nella pratica per il rimpatrio volontario. In una nota l’Organismo spiega: “Si introduce un compenso all’avvocato, subordinato esclusivamente all’assistenza al rimpatrio volontario del migrante e da corrispondere all’esito della partenza dello straniero. Il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento. La persona, migrante o cittadino che sia, ha diritto a una difesa effettiva e a un difensore che sia e appaia privo di interessi rispetto alle scelte da adottare nella difesa dell’assistito. L’Organismo congressuale forense afferma che l’attività difensiva ha, quale sua prerogativa, la libertà da qualunque potere e che alcun compenso può essere subordinato o previsto solo in ragione di una sorta di collaborazione da parte dell’avvocato nel conformare la sua attività e le sue scelte agli obiettivi perseguiti dalla politica”. Da qui la proclamazione dello stato di agitazione degli avvocati “in attesa che, in sede di successivo passaggio alla Camera, si modifichi integralmente il testo a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e dello Stato di diritto”.
“Esprimiamo il nostro sconcerto, condividendo le preoccupazioni espresse in queste ore dal mondo dell’avvocatura in merito alle novità introdotte dal decreto Sicurezza durante l’esame parlamentare”, afferma la Giunta esecutiva centrale dell’Anm, sottolineando che “il riconoscimento di incentivi economici connessi all’esito della procedura di rimpatrio volontario dei migranti e le limitazioni all’accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dei provvedimenti amministrativi di espulsione dello straniero pongono questioni che mettono a rischio l’effettività della tutela giurisdizionale. Questo – rileva il sindacato delle toghe – contrasta con l’idea stessa di difesa, perché collega il premio all’insuccesso della strategia difensiva, in contrasto con la logica, prima che con il diritto”. In ogni ambito, prosegue l’Associazione nazionale magistrati in una nota, “il diritto di difesa deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile. Senza essere piegato a logiche diverse. La salvaguardia di tale diritto – conclude l’Anm – costituisce un presidio essenziale dello Stato di diritto e un elemento imprescindibile per la fiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia”.
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Numerose le reazioni critiche dalle opposizioni. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale Pd in una nota scrive: “Quanto previsto dall’articolo 30 bis del decreto sicurezza approvato in Senato è gravissimo. In sostanza, il Cnf darà un ‘premio’ economico all’avvocato il cui migrante effettivamente parta e torni nel suo Paese di origine. Un incentivo per gli avvocati alla remigrazione dei loro assistiti. Avvocati che, al contrario, perderanno il patrocinio a spese dello Stato nel caso in cui i i migranti facciano ricorso contro l’espulsione. Una vergogna normativa che lede la stessa dignità dei professionisti e rispetto alla quale, mi auguro, che l’avvocatura faccia sentire la sua voce”. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, dice che “nel nuovo decreto sicurezza siamo a un passo dall’Ice di Trump: la maggioranza ha infatti previsto un premio in denaro di 615 euro per quegli avvocati che fanno rimpatriare i loro clienti migranti. Praticamente una taglia tipo selvaggio West, dove i diritti sono calpestati e chi dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini stranieri viene incentivato economicamente a non farlo. Totalmente incostituzionale, contrario al principio del giusto processo e totalmente contrario persino al codice penale, che punisce il patrocinio infedele per chi svolge la professione legale”.
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