Anno: XXVIII - Numero 190    
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Caso Bartolozzi, alla Consulta la sfida sui rapporti tra politica e giustizia

Montecitorio contesta alla procura e al Tribunale dei ministri di Roma di non aver chiesto l'autorizzazione a procedere per l'ex capo di gabinetto di Nordio.

Caso Bartolozzi, alla Consulta la sfida sui rapporti tra politica e giustizia

Approda oggi in Corte costituzionale il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera dei deputati contro la procura e il Tribunale dei ministri di Roma sul caso Bartolozzi, dichiarato a luglio ammissibile dalla stessa Consulta. La Camera contesta ai magistrati l’omessa richiesta di autorizzazione a procedere per il reato contestato a Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia all’epoca dei fatti. Un durissimo contenzioso sui confini tra giustizia e politica, che vede al centro una delle storie più delicate affrontate dal governo Meloni: il caso Almasri.

Sentita come persona informata sui fatti nell’ambito dell’indagine ministeriale sul rimpatrio del torturatore libico, rispedito in patria nonostante il mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale, Bartolozzi è stata considerata inattendibile dal Tribunale dei ministri: le sue sarebbero state dichiarazioni «mendaci», secondo i giudici del Collegio, sulle cui valutazioni la procura di Roma aveva poi chiesto l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano. Il primo agosto 2025 gli atti furono trasmessi alla procura che il 7 agosto la iscrisse nel registro degli indagati per false informazioni al pubblico ministero, avviando nei suoi confronti il procedimento ordinario.

Un automatismo che la Camera dei deputati, rappresentata dal professor avvocato Vittorio Manes, ha vissuto come una sgrammaticatura costituzionale capace di aggirare le prerogative del Parlamento. Il ragionamento dei deputati, che in aula hanno scudato i colleghi e poi votato per lo scontro frontale davanti alla Corte, riguarda quanto previsto dall’articolo 96 della Costituzione: se sotto inchiesta c’è un ministro in carica, in questo caso Nordio, la competenza del Parlamento attrae inevitabilmente anche quella dei soggetti “laici” che con lui hanno collaborato, pena la possibilità di “processare” i ministri per interposta persona.

La scelta della procura di seguire le vie ordinarie per Bartolozzi, bypassando la Camera – questa la tesi – avrebbe sottratto a Montecitorio il potere di valutare se quella condotta fosse coperta da un preminente interesse pubblico. Secondo il ricorso, ampiamente richiamato dalla Consulta nella sua ordinanza, l’omessa attivazione della procedura speciale avrebbe impedito di verificare se l’allora capo di gabinetto avesse agito «per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo». La scelta della procura, si legge nell’atto, «ha impedito alla Camera, anche a causa dell’omessa comunicazione alla stessa della decisione circa la natura non ministeriale del reato, qualsiasi apprezzamento sulla natura ministeriale “derivata” del delitto contestato alla dottoressa Bartolozzi».

Il processo penale a Bartolozzi, ora, è sospeso in attesa della decisione dei giudici costituzionali. Nel merito, la Consulta dovrà decidere se dare ragione alla procura di Roma, se costringerla a fare marcia indietro, estendendo la richiesta di autorizzazione a procedere anche a Giusi Bartolozzi, o se addirittura sollevare una questione di legittimità sulla legge costituzionale n. 1 del 1989 e/o della legge n. 219 del 1989, per considerare «ministeriali» i reati commessi da terzi soggetti se funzionalmente connessi con quelli del ministro e tali da frustrare, se accertati, la corretta funzione governativa. La partita, dunque, va ben oltre Bartolozzi: la Consulta è chiamata a stabilire fin dove possa arrivare l’azione penale quando la condotta contestata a un collaboratore è strettamente intrecciata a quella di un ministro. Una decisione che potrebbe ridisegnare il confine tra politica e giustizia.

Di Simona Musco su Il Dubbio

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