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Giovedì 19 Marzo 2026 ore 13:00
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Le femministe per il No e la favola delle carriere separate che indebolirebbero la tutela delle donne

Affermare che «la fiducia delle vittime nella giustizia non si rafforza dividendo culture e responsabilità ma garantendo coerenza tra fase inquisitiva e fase giudicante» significa aderire ad un’idea inquisitoria di accertamento penale.

Le femministe per il No e la favola delle carriere separate che indebolirebbero la tutela delle donne

Ho scoperto recentemente che esiste anche un “dissenso femminista” alla riforma della magistratura. Se ne è parlato in un articolo comparso il 4 marzo sul Corriere del Mezzogiorno a firma di Gabriella Ferrari Bravo ed Elvira Reale. Sottotitolo: c’è anche un punto di vista femminile e femminista (come se il femminismo fosse unico e unitario, un po’ come le carriere dei magistrati). «[…]Quando si parla di equilibri tra le funzioni dell’accusa e quelle giudicanti. Fuori dai palazzi della politica, nelle aule dove si prendono decisioni sulle misure di protezione o sulle archiviazioni delle denunce, la questione ha un volto concreto».

Un misto di curiosità – quale mai potrà essere la declinazione femminista del dissenso alla separazione delle carriere e, nel caso, di quale femminismo stiamo parlando, visto che non ne esiste uno solo?- e di inquietudine – vuoi vedere che scriveranno che solo la comune cultura della giurisdizione può essere l’unico ed efficace antidoto contro la violenza maschile contro le donne?- ha spianato la strada ad una lettura che avrei tanto preferito non fare.

Che si aggiunge alla già nutrita serie delle letture che avrei preferito non fare di questi tempi, in cui abbiamo sentito un po’ di tutto: che siamo ingenui, quando va bene, noi del sì. Quando va male che siamo la controfigura di Licio Gelli, criminali, mafiosi, certamente fascisti. Ma anche che questa riforma servirà a mandare a casa “il plotone di esecuzione” della magistratura (tra i sostenitori del No possiamo serenamente annoverare anche “illustri” esponenti della maggioranza di Governo). La “cattiva politica” ha raggiunto, in questi mesi di propaganda, il punto di caduta più basso.

Non mi aspettavo e non mi aspetto trasformazioni genetiche nella maggioranza di Governo che per un’ironia della storia sottoscrive una riforma che appartiene al prontuario riformista della sinistra liberale. Mi indigna molto di più, per la mia biografia, per la mia provenienza politica, sideralmente distante da quella della maggioranza in carica, per la mia storia professionale (di avvocata penalista), non tanto di sentirmi dare della “fascista” perché voterò Sì. La prendo per come è: una boutade senza senso. Non sono fascista, non lo sarò mai. Punto.

Quel che invece non riesco più a tollerare è la disonestà intellettuale di quella “chiamata alle armi del No” che, facendo strame del testo della riforma, ignorandolo, ha inteso inoculare nel corpo elettorale il dispositivo micidiale e collaudato del populismo, la paura, mediante la drammatizzazione dell’insicurezza. La democrazia è in pericolo. Questo il mantra.

Ora è chiaro che chi non ha vissuto sulla propria pelle un processo penale, chi non frequenta le aule penali, chi non dura fatica a contrastare appiattimenti valutativi del Giudice sulle posizioni della Procura, chi è, invece, abituato a discettare di questo e di quel crimine con il telecomando acceso sui salotti televisivi o con le mani sul tablet, schierandosi sempre e comunque dalla parte dei “perbene”, ha sviluppato una forma mentale inevitabilmente più sensibile ai temi della paura.

Se poi a cavalcarli è la magistratura associata che continua, specie in alcuni ambienti della sinistra, ad essere promossa come unica speranza di salvezza dalla destra al potere, ultimo baluardo di tutela della Costituzione, è facile pensare di schierarsi, votando No, dalla parte “giusta” della storia. Peccato che il compito di mandare a casa questo Governo non è della magistratura ma dell’opposizione e, certamente, prima ancora, dei cittadini. Non è certo agitando lo spauracchio della fine della democrazia in caso di vittoria del SI, che si giocano i destini politici delle prossime elezioni del 2027.

Quali possibilità può, allora, sinceramente avere chi continua a proporre letture razionali, di fronte all’irrazionale prospettiva di un futuro distopico e a tinte fosche (scaricato, non potendolo fare sul testo costituzionale, sulle future norme di attuazione, come se non esistesse, in questo paese, una Corte costituzionale che, un domani, sicuramente interverrà a sanzionare eventuali disequilibri democratici che un legislatore “law and order” come l’attuale volesse imprimere, con legge ordinaria, ad una riforma della magistratura che continuerà, perché così è scritto nel nuovo art. 104 Cost, ad essere autonoma e indipendente da qualsiasi altro potere)?

E dunque, come spiegare, se questo è il clima, che la tutela delle donne non passa dall’unione delle carriere dei magistrati? Non passa, come affermano le autrici dell’articolo, dall’unicità del Csm? Che non c’entra un bel niente. Per farlo, occorre una premessa. Cosa si intende per contrasto, attraverso il processo penale, alla piaga della violenza maschile contro le donne? Se si ha in mente, come penso, una battaglia senza quartiere, basata su un’idea autoritaria di processo penale, in cui le garanzie degli accusati sono ridotte né più né meno che a vuoti simulacri, in cui la sistematica privazione dei precetti costituzionali (uno su tutti, la presunzione di innocenza) diviene regola aurea, non è neppure una questione di unione o separazione delle carriere ma di tenuta del processo accusatorio di parti, costituzionalmente previsto, guarda caso, proprio da quell’art. 111 Cost che la riforma intende completare.

Affermare che «la fiducia delle vittime nella giustizia non si rafforza dividendo culture e responsabilità ma garantendo coerenza tra fase inquisitiva e fase giudicante» significa aderire ad un’idea inquisitoria di accertamento penale. Si dica apertamente, senza tanti giri di parole e senza scomodare il referendum: aboliamo il contraddittorio, il giusto processo di parti. Se fase inquisitiva e giudicante devono essere coerenti – cioè se le misure cautelari prima e la condanna poi, perché di questo si parla, devono essere la conferma dell’accusa- potremmo fare a meno della difesa e forse persino del processo!

D’altra parte è quello che accade da anni, specie in questa materia. Un esempio concreto: a novembre 2024 la Procura di Tivoli pubblica le sue linee guida sull’applicazione del delitto di maltrattamenti in famiglia e su questioni procedimentali/processuali relative ai reati di violenza di genere, domestica e contro le donne. Un vademecum, poi aggiornato nel settembre 2025, destinato ai giudici, che suona così: cari colleghi, quando sarete chiamati a giudicare i maltrattamenti in famiglia dovete comportarvi come vi diciamo noi. Dunque, non solo pm e giudici devono parlare la stessa lingua. Di più: i giudici devono parlare la lingua che i pubblici ministeri suggeriscono loro, indicando come dovranno domani interpretare questi reati, come procedere all’audizione della vittima, come crederle, come giustificarla se ha mentito. Un’invasione di campo che ha poco a che vedere, come ben ha scritto il Prof. Oliviero Mazza, persino con la tanto sbandierata separazione delle funzioni che renderebbe inutile, stando ai sostenitori del No, la separazione delle carriere perché, in fondo, a cosa serve distinguere le carriere se in Italia il passaggio dall’una funzione (accusa) all’altra (giudizio) può essere fatto una sola volta (vivaddio, aggiungo, magari quello!) e se sono pochi i magistrati che decidono di cambiar d’abito.

Questi sono gli effetti distorti di un paradigma concettuale, quello vittimario, che trova nel processo inquisitorio la sua sublimazione. Anziché obbligare la classe politica a mettere in campo programmi seri di prevenzione, si è intrapresa la strada di relegare paternalisticamente le donne entro le strette maglie del ruolo di vittima, stringendo la mano del legislatore nel pugno duro e feroce della repressione e spostando, mediante la progressiva umiliazione della posizione della difesa a tutto vantaggio dell’accusa, l’asse della tutela sul “dopo”, quando è troppo tardi, quando le donne sono già state ammazzate, umiliate, maltrattate, violentate.

Per carità, una donna che accede alla tutela giudiziaria deve pur avere la possibilità di non sentirsi colpevolizzata e di non vedere minimizzate le proprie istanze di tutela. Ma perché mai questo deve passare attraverso la totale rescissione del cordone ombelicale che lega il processo penale alle garanzie costituzionali? Specie, se, dati alla mano, i numeri dei femminicidi sono rimasti pressoché invariati nonostante l’aumento vertiginoso delle pene e la compressione estrema delle garanzie.

La verità è che la separazione delle carriere non indebolirà la tutela delle donne. Non farà lievitare il numero delle archiviazioni. È mai possibile che pubblici ministeri, vincitori di un concorso estremamente selettivo, indipendenti da ogni altro potere (come previsto a chiare parole, a differenza di oggi, dal nuovo art. 104 Cost), improvvisamente smetteranno di ricevere adeguata formazione sui c.d. reati del “codice Rosso” nonostante corsi specifici siano stati previsti per legge ( legge Roccella poi integrata dalla legge sul femminicidio)? Nonostante – dati alla mano (monitoraggio del Csm del 7 maggio 2025)- il 90% delle Procure italiane ha istituito un gruppo specializzato per la trattazione degli affari in questa materia?

Non è forse vero il contrario? E cioè che pubblici ministeri separati dai giudici dovranno, invece, fare la fatica di essere ancora più preparati perché a giudicare la fondatezza o meno dell’accusa non saranno i loro colleghi ma magistrati appartenenti ad altra carriera, comunque obbligatoriamente formati anche sulla violenza di genere, realmente terzi e non più appiattiti, specie in fase di indagine, sulle tesi dell’accusa (qualunque esse siano).

Per non parlare poi dell’assurda tesi che un Csm separato sarebbe meno incisivo nel sanzionare scelte processuali che si discostino dall’applicazione rigorosa delle Convenzioni internazionali sulla violenza domestica. Non ho notizia, ma forse è un mio limite, di sanzioni disciplinari comminate a magistrati che si siano discostati dalle fonti internazionali. Certo c’è da pensare che se per l’attuale sezione disciplinare del Csm la ritardata scarcerazione di un detenuto costituisce “fatto di scarsa rilevanza” perché non ha compromesso l’immagine del magistrato, mi viene da dire: ben venga allora la riforma, ben venga l’Alta Corte.

Aurora Matteucci, Presidente Camera Penale di Livorno su Huffpost

 

 

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