Anno: XXVIII - Numero 30    
Mercoledì 11 Febbraio 2026 ore 13:15
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Insufficiente fermezza a sinistra con i gruppi eversivi

Intervista con il presidente emerito della Corte costituzionale, Giulian Amato, sul dibattito aperto da Ezio Mauro sulla sinistra: "Deve recuperare sé stessa, dimostrare che le libertà sono di tutti. Non inventare slogan, ma un programma forte di democrazia riparativa. Se la coesione si rompe la violenza diventa più facile". Sui fatti di Torino: "Non sarei andato a quel corteo. Lì i violenti non erano infiltrati, erano i padroni di casa".

Insufficiente fermezza a sinistra con i gruppi eversivi

Nel mondo instabile di oggi quali sono il ruolo, il compito, il programma, le linee rosse della sinistra italiana? Giuliano Amato interviene nel dibattito aperto da Ezio Mauro che considera decisive le posizioni sull’Ucraina e sull’Iran. Ma il presidente emerito della Corte Costituzionale interviene anche sulle recenti violenze a Torino: “Se fossi stato un pacifico cittadino democratico aperto a tutte le libertà non sarei andato al corteo. Quei gruppi con tendenze eversive non erano infiltrati: erano i padroni di casa, i protagonisti di una manifestazione nata per loro e promossa da loro”. E conclude: “Tutto sommato, mi sembra che il tema di un’insufficiente fermezza a sinistra si ponga”.

Presidente, sul piano della difesa dei diritti la sinistra si gioca la partita della vita a Kiev e a Gaza, come ritiene Ezio Mauro, o piuttosto a Minneapolis e a Teheran, come sostiene Luciano Canfora?

Per uno con la mia storia e la mia formazione culturale non c’è parte del mondo in cui non si possa giocare la partita della sinistra. Diffido delle distinzioni, ha però ragione Mauro a dire che esse si portano dietro pregiudizi antichi e ne sono il riflesso attualizzato. Gli Usa non sono la Statua della Libertà bensì l’apogeo dell’odiato capitalismo. Questo è un vecchio riflesso condizionato che la mia generazione ha vissuto e visto soprattutto nel comunismo.

Quindi, alla radice dell’antioccidentalismo c’è – è la tesi di Mauro – tra gli altri fattori un insufficiente vaccino dal comunismo passato?

È vero fino a un certo punto. Non c’è stato solo il comunismo a vedere nel capitalismo il male e la fonte di ogni ingiustizia. Non è stato l’unico sistema di governo nella storia del Novecento a manifestare questa ostilità. D’altra parte, è significativo che quando cadde ci si chiese: e adesso la domanda di giustizia che il comunismo recava in sé e rivolgeva al capitalismo, chi se la pone come obiettivo da realizzare?

E quale fu la risposta?

La visione per cui il capitalismo è il male assoluto e gli Usa ne sono l’incarnazione è completamente fuori dalla storia. È un dato di fatto che il capitalismo è il modo più efficace messo in piedi dall’umanità per produrre crescita, sviluppo e ricchezza. I suoi difetti sono stati mitigati dalla democrazia liberale accompagnata dall’economia sociale di mercato, ovvero dal welfare state promosso dai diritti sociali e dalle libertà sindacali. Questo è un dato di realtà storica.

Lei conosce molto bene gli Usa. Da professore universitario è stato un pioniere degli scambi con quel Paese già dagli anni Sessanta. Ha studiato alla Columbia University, dove poi ha insegnato, ed è stato visiting professor alla New York University. Non vede, tuttavia, una degenerazione del capitalismo evidente nelle Big Tech e negli “oligarchi della Silicon Valley”? Ha ragione Aldo Schiavone nell’individuare come matrice comune delle proteste di massa proprio la critica al turbo-capitalismo?

Le Big Tech di oggi esprimono effettivamente un capitalismo insofferente di ogni regola. Ma Gaza ha provocato la protesta contro un Israele divenuto ideologicamente e politicamente molto unilaterale ed è chiaro che non ha nulla a che fare con il capitalismo. Che c’entra il capitalismo con la violenza dei coloni in Cisgiordania? L’Israele laburista si comportava molto diversamente verso i palestinesi eppure viveva nello stesso sistema economico. Mi colpisce piuttosto un altro fenomeno.

Quale?

Come il residuato di una vecchia cultura sia trapelato anche davanti agli eventi di Teheran, che hanno scaldato molto meno i cuori: si è detto che lì protesta chi sta bene economicamente, le élites. Per chi conosce la storia, questo è un altro riflesso condizionato a sinistra. Di recente è stato ripubblicato il dibattito che si è svolto fra il ’54 e il ’56 fra Norberto Bobbio e Palmiro Togliatti. Il primo accusava il comunismo di essere un regime contrario alla democrazia perché contro le libertà politiche e civili. Il secondo rispose che le democrazie liberali e il regime capitalistico tutelavano come libertà i privilegi dei pochi ignorando i bisogni e le libertà dei molti, cioè dei lavoratori. In sostanza, Togliatti ammetteva che il comunismo passasse per una fase dittatoriale, ma il fine era costruire una società basata sulla libertà diffusa e non sui rari privilegi.

Secondo lei, a sinistra si usa questa lente nella lettura dei fatti iraniani?

È interessante notare che quest’idea è rimasta in parte della sinistra. Mentre proprio Togliatti, nel famoso memoriale che scrisse a Yalta prima di morire, criticò lo stalinismo perché aveva portato il comunismo a essere un regime di limitazione e soppressione delle libertà democratiche personali, e dunque bisognava superarlo. Oggi, l’idea che le libertà individuali appartengano alle élites e non corrispondano ai bisogni del popolo è il ponte che congiunge la sinistra che ancora la fa propria alla destra populista. Così si spiega la grande vittoria di Donald Trump imperniata sui bianchi non laureati e sui loro bisogni materiali trascurati.

Questa visione che oppone le libertà delle élites ai bisogni del popolo, da cui derivano anti-occidentalismo e anti-americanismo, è confinata in alcune frange della sinistra o percorre anche quella “mainstream”?

Rimane in alcune frange. È vera tuttavia un’altra cosa e cioè che la sinistra ancora oggi viene messa a disagio dal populismo di destra che le sbatte in faccia questa distinzione. La destra, del resto, è più coerente della sinistra perché tiene insieme i valori tradizionali – famiglia, Dio, solo due generi, l’omosessualità come anomalia – con la diffidenza verso le libertà individuali. E così vince. Nel 2024 credevo, come diversi repubblicani americani, che i voti delle donne sarebbero andati ai democratici per la famosa sentenza della Corte Suprema sull’aborto. Mi accorsi, invece, che erano più preoccupate per l’aumento dell’affitto e votarono Trump.

Onestamente, è dura per la sinistra competere: ogni volta è chiamata a scegliere tra italiani e migranti, sicurezza e accoglienza, produttività dei territori o energia verde, difesa dell’Ucraina o sanità…

La sinistra deve recuperare una parte di sé stessa. Deve dimostrare, e non è difficile, che le libertà sono di tutti. Un figlio gay o una figlia vittima di violenza accade solo nelle famiglie ricche? O invece chi è povero rischia anche maggiori discriminazioni? Senza dimenticare – e questo la sinistra di oggi lo ha dimenticato – che nei ceti popolari i valori conservatori sono spesso i più radicati e occorre saperne tener conto. E d’altra parte, come mai viene considerato eccezionale un giovane sindaco di New York che pone il tema della affordability, cioè del costo della vita? Ciò dimostra che la sinistra non ha più saputo tenere insieme la dimensione liberal e quella sociale, la cui compresenza era stata alla base dei suoi successi nei nostri Paesi durante il secolo scorso.

Quando ha perso questa capacità?

Quando le gravi difficoltà della globalizzazione, negli anni Duemila, ci hanno posto di fronte a nuove questioni sociali, noi eravamo abituati agli strumenti del secolo scorso. Ma come può servire la contrattazione collettiva se i lavoratori in Puglia vengono licenziati per mail da una multinazionale con sede in Texas? Buona parte della sinistra si è rifugiata nella difesa dei diritti civili non sapendo come gestire i diritti sociali. Ma non funziona. O si tutelano insieme – e le idee cominciano a circolare – o il rischio che le democrazie liberali cedano ai regimi autoritari è elevato.

Torniamo al turbo-capitalismo?

Alla sinistra non serve inventare slogan sui diritti sociali, serve un programma forte per salvaguardare la coesione sociale ed evitare che le diseguaglianze raggiungano limiti intollerabili. Se io guadagno un milione di euro al mese e tu mille euro, non apparteniamo alla stessa società. La coesione si rompe e la violenza diventa più facile. Wendy Brown, filosofa di rara intelligenza, parla di “democrazia riparativa” che sana le fratture createsi nelle nostre società. Da noi, pur con proposte diverse, ne ha scritto Emanuele Felice nel suo libro “Manifesto per un’altra economia e un’altra politica” (Feltrinelli).

A proposito di eccessi e proteste, servivano 45 auto di scorta, 300 persone, quattro piani di hotel requisiti e strade chiuse, per la gita di JD Vance alle Olimpiadi invernali?

È sempre successo. Ricordo che a uno dei miei primi G7 da premier, eravamo su una terrazza da cui si vedeva la strada. Assistemmo al corteo del presidente Usa, non ricordo chi fosse allora: decine e decine di auto, perché eventuali attentatori non individuassero quella in cui lui sedeva. È lo spettacolo che offre la Casa Bianca mentre noialtri, con lo stesso rango, avevamo al massimo una macchina davanti e una dietro. In questo, il mondo va così da tempo.

Il caso Askatasuna ha fatto riparlare a sinistra di cattivi maestri, borghesia troppo benevola, intellettuali che sottovalutano. È una vicenda torinese o vede, più in generale, questa deriva?

Gruppi con tendenze eversive ce ne sono stati e continuano ad essercene. Abbiamo fronteggiato per anni elementi che si infiltrano in manifestazioni pacifiche per far valere i loro modi e fini antagonisti. La vicenda di Torino però è diversa per una ragione semplice: non si può parlare di un corteo di bravi e pacifici cittadini che questi gruppi hanno infiltrato e sciupato. Era una manifestazione nata per loro e promossa da loro, per protesta contro la chiusura del loro centro sociale. Se fossi stato un pacifico cittadino democratico aperto a tutte le libertà non ci sarei andato. Questi gruppi non erano infiltrati: erano i padroni di casa, o meglio di strada. Pur con l’attenzione tattica di non presentarsi come organizzatori, rimanevano protagonisti.

Il governo strumentalizza le proteste o la sinistra non prende le distanze dagli antagonisti con sufficiente fermezza?

Tutto sommato, mi sembra che il tema di un’insufficiente fermezza a sinistra si ponga. Anche su Torino, se non mi sbaglio nelle prime dichiarazioni compariva la formula di una solidarietà collettiva alla città, un modo cioè per evitare una vicinanza troppo esplicita ai poliziotti. Meno male che poi ci si è arrivati.

di  Federica Fantozzi su Huffpost

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